“E’ così faticoso andare per il mondo con questo bagaglio” disse il
mago, annaspando tra gli alberi.
Luix era un mago molto anziano e per questo uno di quegli con grande
esperienza. Era il genere di mago che con un solo schiocco di dita era capace
di capovolgere mari e terre.
Il mago, che non aveva fissa dimora e camminava per il mondo tra le lande, era ora in mezzo ad un
bosco con il suo grande bagaglio. Viaggiava sempre alla solita maniera : lungo
mantello verde scuro con piccole pietre color smeraldo e piccole stelle
luminose, il cappello marrone che doveva essere un tempo a punta ma che ora
ricadeva all’ingiù, e una grande valigia di pelle scura. Aveva lunghi capelli brizzolati
e una barba folta e grigia che copriva il collo ed arrivava fino al petto.
Vederlo camminare era cosa assai buffa: era molto alto e molto robusto
eppure dava l’impressione di essere affaticato e zoppicante. Camminava lento e
si tirava dietro a fatica quel gran baule.
Chiedergli quanti anni aveva non era un’idea molto saggia: era così
vecchio che quando le persone gli chiedevano l’età, lui arricciava il naso e si
arrabbiava moltissimo. Meglio non far arrabbiare un mago.
Il bosco in cui si trovava era molto fitto e non vedeva tantissima
luce. L’unico bagliore tra gli alberi era proprio quello che stava seguendo:
sicuramente, arrivato a quel bagliore, il bosco sarebbe finito e avrebbe
trovato una città o almeno una radura. Non aveva più voglia di vedere alberi.
Vi chiederete perché un mago così potente non ricorresse ad un
incantesimo per smaterializzarsi dove volesse: non poteva, c’erano regole a cui
doveva badare e lo smaterializzarsi con quel bagaglio era una di esse. Per
questo motivo, girava il mondo camminando. Non che non gli piacesse, anzi:
amava camminare in mezzo alla natura, però si stancava facilmente.
Era quasi arrivato alla fine del bosco quando inciampò in un ramo: per
evitare una grande caduta, si appoggiò al baule che si aprì leggermente e … un rumore
lungo e continuo, accompagnato da una forte luce verde e rosa, risuonò nel
bosco facendolo trasalire.
“Torna subito qui, mascalzone” urlò verso la luce.
Ma la luce si divise in milioni di piccole lucciole che giravano e
saltavano come molle.
Il mago era disperato e cercò di rimediare nel migliore dei modi ma,
quando alzò le mani per fare un incantesimo, udì alcune voci:
“Andiamo a vedere cos’è?” era la voce di un bambino.
“Va bene” aveva risposto un’altra voce, forse una bambina.
Sgranò gli occhi e provò a nascondere tutto ma i bambini furono talmente
veloci che in pochi secondi spuntarono da un cespuglio, con le facce sorprese e
divertite.
Leila e Giaco avevano sentito quel gran rumore venire dal boschetto ed
erano corsi verso il cespuglio, affacciandosi lentamente.
La scena che si erano trovati davanti non se l’aspettavano davvero: un
uomo anziano che urlava a delle lucciole, con le mani alzate come per prenderle
tutte.
“Guarda Leila, guarda quante lucine” urlò Giaco.
Leila era a bocca aperta, sognante. Guardava le lucciole come se non
le avesse mai viste: splendevano molto di più di quelle che vedeva nella radura
d’estate e lasciavano dietro di se’ una scia rosa e verde.
Erano spettacolari.
Uscirono di corsa dal cespuglio e andarono subito verso il mago, senza
smettere di guardare le lucciole.
“Bambini, state indietro” disse il mago fortemente “ sto per fare un
incantesimo per sistemare tutto e voi non dovete guardare. Giratevi di spalle.”
Leila si girò subito, obbligando anche Giaco a girarsi, prendendolo
per un braccio. Si misero così le mani sugli occhi, per essere sicuri di non
cedere alla curiosità di guardare e, in un attimo, tutta la luce svanì.
Leila aprì un occhio e provò a girarsi lentamente: il mago era
riuscito nella sua opera e le belle lucciole non c’erano più.
“Come hai fatto a comandare le lucciole? Dove le hai messe? Cosa intendi
per incantesimo?” cominciò a chiedere Giaco in maniera petulante.
“Troppe domande, una per volta! Quelle non erano lucciole, erano maghi
cattivi ridotti a piccole sfere luminose per renderli innocui. Se questi maghi escono
dal contenitore e si spargono nel bosco, potrebbero incontrare degli umani e
risucchiare la loro forza vitale, ritornando così in un corpo vivente. Gli
umani, come voi ora, sono attratti dalle luci “ spiegò velocemente Luix “ e
poi, che domande fai? mi vorresti dire che non sai cos’è un incantesimo?” disse
con gli occhi sbarrati.
“No , signore” ammise Giaco, abbassando gli occhi e guardandosi le
scarpe.
“E tu?” disse il mago facendo un balzo in avanti e rivolgendosi a
Leila.
“No signore, cioè si. So cosa sono gli incantesimi nel mondo dei libri
e delle favole. Ma non capisco cosa siano per lei, signore. Cosa intende con “incantesimi”?
disse seria Leila.
Il mago li guardò con fare sorpreso e rassegnato, scuotendo la testa e
borbottando.
“Non mi dovete chiamare Signore ! “ disse d’improvviso, riflettendo
sulle parole della bambina “ Io non sono un Signore, io sono un Mago e tutti mi
chiamo il Mago viaggiatore. Il mio vero nome è Luix e voi, bambini, fareste
meglio a chiedere a vostra madre cosa sono gli incantesimi. Io non ho tempo da
perdere.” e così dicendo si allontanò lentamente , zoppicando e trascinandosi
il baule.
Leila e Giaco si guardarono per alcuni secondi e poi.. via di corsa
verso casa !
No, non seguirono il mago : entrambi pensarono bene di correre dai
propri genitori per chiedere spiegazioni, come quello strano signore aveva
consigliato loro.
Leila recuperò il suo carretto e Giaco la bici lasciata a terra.
“Io vado, appena ho novità vengo a raccontartele” disse il bambino allontanandosi.
“Stasera, dopo cena, troviamoci all’inizio del sentiero che porta qua
alla collinetta e raccontiamoci cosa abbiamo scoperto: va bene?” urlo la
bambina, mentre lo vedeva allontanarsi “Giaco mi hai sentito?” urlò ancora,
sporgendosi dalla collinetta.
“Si !!!” rispose il bambino, ridendo e scuotendo il braccio.
Leila lo osservò sparire nelle radure: il sole era alto, l’ora del pranzo
era vicina. Si guardò ancora intorno per assaporare meglio il panorama: quel
punto era sempre stato strategico per lei e quel prato verde immenso le era
sempre apparso infinito. L’aveva detto lei che quel posto era magico e sua
madre non le credeva.
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