Il mago - Capitolo 2 - Scrittura



 “E’ così faticoso andare per il mondo con questo bagaglio” disse il mago, annaspando tra gli alberi.
Luix era un mago molto anziano e per questo uno di quegli con grande esperienza. Era il genere di mago che con un solo schiocco di dita era capace di capovolgere mari e terre.
Il mago, che non aveva fissa dimora e camminava per il  mondo tra le lande, era ora in mezzo ad un bosco con il suo grande bagaglio. Viaggiava sempre alla solita maniera : lungo mantello verde scuro con piccole pietre color smeraldo e piccole stelle luminose, il cappello marrone che doveva essere un tempo a punta ma che ora ricadeva all’ingiù, e una grande valigia di pelle scura. Aveva lunghi capelli brizzolati e una barba folta e grigia che copriva il collo ed arrivava fino al petto.
Vederlo camminare era cosa assai buffa: era molto alto e molto robusto eppure dava l’impressione di essere affaticato e zoppicante. Camminava lento e si tirava dietro a fatica quel gran baule.
Chiedergli quanti anni aveva non era un’idea molto saggia: era così vecchio che quando le persone gli chiedevano l’età, lui arricciava il naso e si arrabbiava moltissimo. Meglio non far arrabbiare un mago.
Il bosco in cui si trovava era molto fitto e non vedeva tantissima luce. L’unico bagliore tra gli alberi era proprio quello che stava seguendo: sicuramente, arrivato a quel bagliore, il bosco sarebbe finito e avrebbe trovato una città o almeno una radura. Non aveva più voglia di vedere alberi.

Vi chiederete perché un mago così potente non ricorresse ad un incantesimo per smaterializzarsi dove volesse: non poteva, c’erano regole a cui doveva badare e lo smaterializzarsi con quel bagaglio era una di esse. Per questo motivo, girava il mondo camminando. Non che non gli piacesse, anzi: amava camminare in mezzo alla natura, però si stancava facilmente.
Era quasi arrivato alla fine del bosco quando inciampò in un ramo: per evitare una grande caduta, si appoggiò al baule che si aprì leggermente e … un rumore lungo e continuo, accompagnato da una forte luce verde e rosa, risuonò nel bosco facendolo trasalire.
“Torna subito qui, mascalzone” urlò verso la luce.
Ma la luce si divise in milioni di piccole lucciole che giravano e saltavano come molle.
Il mago era disperato e cercò di rimediare nel migliore dei modi ma, quando alzò le mani per fare un incantesimo, udì alcune voci:
“Andiamo a vedere cos’è?” era la voce di un bambino.
“Va bene” aveva risposto un’altra voce, forse una bambina.
Sgranò gli occhi e provò a nascondere tutto ma i bambini furono talmente veloci che in pochi secondi spuntarono da un cespuglio, con le facce sorprese e divertite.
Leila e Giaco avevano sentito quel gran rumore venire dal boschetto ed erano corsi verso il cespuglio, affacciandosi lentamente.
La scena che si erano trovati davanti non se l’aspettavano davvero: un uomo anziano che urlava a delle lucciole, con le mani alzate come per prenderle tutte.
“Guarda Leila, guarda quante lucine” urlò Giaco.
Leila era a bocca aperta, sognante. Guardava le lucciole come se non le avesse mai viste: splendevano molto di più di quelle che vedeva nella radura d’estate e lasciavano dietro di se’ una scia rosa e verde.
Erano spettacolari.
Uscirono di corsa dal cespuglio e andarono subito verso il mago, senza smettere di guardare le lucciole.
“Bambini, state indietro” disse il mago fortemente “ sto per fare un incantesimo per sistemare tutto e voi non dovete guardare. Giratevi di spalle.”
Leila si girò subito, obbligando anche Giaco a girarsi, prendendolo per un braccio. Si misero così le mani sugli occhi, per essere sicuri di non cedere alla curiosità di guardare e, in un attimo, tutta la luce svanì.
Leila aprì un occhio e provò a girarsi lentamente: il mago era riuscito nella sua opera e le belle lucciole non c’erano più.
“Come hai fatto a comandare le lucciole? Dove le hai messe? Cosa intendi per incantesimo?” cominciò a chiedere Giaco in maniera petulante.
“Troppe domande, una per volta! Quelle non erano lucciole, erano maghi cattivi ridotti a piccole sfere luminose per renderli innocui. Se questi maghi escono dal contenitore e si spargono nel bosco, potrebbero incontrare degli umani e risucchiare la loro forza vitale, ritornando così in un corpo vivente. Gli umani, come voi ora, sono attratti dalle luci “ spiegò velocemente Luix “ e poi, che domande fai? mi vorresti dire che non sai cos’è un incantesimo?” disse con gli occhi sbarrati.
“No , signore” ammise Giaco, abbassando gli occhi e guardandosi le scarpe.
“E tu?” disse il mago facendo un balzo in avanti e rivolgendosi a Leila.
“No signore, cioè si. So cosa sono gli incantesimi nel mondo dei libri e delle favole. Ma non capisco cosa siano per lei, signore. Cosa intende con “incantesimi”? disse seria Leila.
Il mago li guardò con fare sorpreso e rassegnato, scuotendo la testa e borbottando.
“Non mi dovete chiamare Signore ! “ disse d’improvviso, riflettendo sulle parole della bambina “ Io non sono un Signore, io sono un Mago e tutti mi chiamo il Mago viaggiatore. Il mio vero nome è Luix e voi, bambini, fareste meglio a chiedere a vostra madre cosa sono gli incantesimi. Io non ho tempo da perdere.” e così dicendo si allontanò lentamente , zoppicando e trascinandosi il baule.
Leila e Giaco si guardarono per alcuni secondi e poi.. via di corsa verso casa !
No, non seguirono il mago : entrambi pensarono bene di correre dai propri genitori per chiedere spiegazioni, come quello strano signore aveva consigliato loro.
Leila recuperò il suo carretto e Giaco la bici lasciata a terra.
“Io vado, appena ho novità vengo a raccontartele” disse il bambino allontanandosi.
“Stasera, dopo cena, troviamoci all’inizio del sentiero che porta qua alla collinetta e raccontiamoci cosa abbiamo scoperto: va bene?” urlo la bambina, mentre lo vedeva allontanarsi “Giaco mi hai sentito?” urlò ancora, sporgendosi dalla collinetta.
“Si !!!” rispose il bambino, ridendo e scuotendo il braccio.
Leila lo osservò sparire nelle radure: il sole era alto, l’ora del pranzo era vicina. Si guardò ancora intorno per assaporare meglio il panorama: quel punto era sempre stato strategico per lei e quel prato verde immenso le era sempre apparso infinito. L’aveva detto lei che quel posto era magico e sua madre non le credeva.

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