Sono seduta su una spiaggia meravigliosa
e sono rilassata. La temperatura è perfetta e non c’è tanta
gente ad invadere il mio spazio vitale. O forse, semplicemente, sono io che
sono talmente connessa con il mio mare che non sento più niente.
Magicamente, è come se ci fossi solo io in questo blu infinito. Sento la
bellezza di questo posto sulla pelle.
Non sono sola eppure sono distaccata dalla realtà.
Sto ascoltando una canzone che amo alla follia, una di quelle che ti fa viaggiare ad occhi aperti e, come mi capita spesso, improvvisamente volo leggera nella mia fantasia, immaginandomi situazioni, storie, persone. Ascoltando questa canzone, mi vengono a mente un ragazzo e una ragazza, soli, che per sbaglio s’incontrano in questa spiaggia vuota, in un giorno in cui il mare è gonfio come un mal di testa e una tempesta elettrica invade tutto quello che c’è.
Non sono sola eppure sono distaccata dalla realtà.
Sto ascoltando una canzone che amo alla follia, una di quelle che ti fa viaggiare ad occhi aperti e, come mi capita spesso, improvvisamente volo leggera nella mia fantasia, immaginandomi situazioni, storie, persone. Ascoltando questa canzone, mi vengono a mente un ragazzo e una ragazza, soli, che per sbaglio s’incontrano in questa spiaggia vuota, in un giorno in cui il mare è gonfio come un mal di testa e una tempesta elettrica invade tutto quello che c’è.
TEMPESTA ELETTRICA.
Il mare era gonfio, la temperatura fresca. Il vento
viaggiava dolce e lei lo sentiva come un soffio tra i capelli. Era seduta sulla sabbia e osservava oltre la
riva, guardando il giorno morire.
Era uscita per riflettere, per stare sola con se
stessa e per capire cosa non andava nella vita che con ansia e dedizione aveva
cercato di costruire in maniera perfetta.
Voleva sentirsi dire che era speciale: voleva
essere nei pensieri di qualcuno. Lo desiderava anche se sapeva che ormai non
sarebbe stato facile: aveva passato tutta la vita cercando
l’indipendenza e l’autorealizzazione, creando un muro attorno a se’,
bastandosi. Sognava di vivere delle sue sole forze senza dover fare i conti con nessuno e c’era riuscita. Voleva imparare a vivere da sola e da sola
sviluppare le sue doti e la sua mente e c’era riuscita. La sua vita era come l’aveva
sempre voluta.
Poi una mattina d’improvviso, mentre faceva
colazione, si rese conto che se ci fosse stato qualcuno con lei, forse, sarebbe
stato bello. Qualcuno che amava bere il caffè come lei, qualcuno che avrebbe
avuto voglia di ascoltare i racconti dei suoi sogni e di accarezzarle il viso
d’istinto. Sentì per la prima volta la mancanza del contatto umano, quello
dettato dall’affetto, dal vivere insieme.
Iniziò a sentire che mancava qualcuno con cui condividere la cosa più
semplice e banale: la vita.
E così ora era tutto freddo intorno a lei,
nonostante fosse estate.
Un ragazzo, seduto su uno scoglio, si guardava
intorno alla ricerca di se stesso. Voleva sentirsi amato e voleva a sua volta amare
come si ama una volta sola nella vita: era questo il tipo di amore che desiderava
dalla sua relazione. Una volta credeva di avere quel tipo di amore. Ultimamente
non era più cosi: loro non si amavano più perché la loro storia era ferma. Ferma a quell’amore, a quel primo bacio, a
quel primo fiore. La loro era una storia
fatta di passato, una stanza vuota nel presente. Stavano insieme da un paio
d’anni eppure avevano sempre avuto l’impressione di conoscersi da una vita. I
primi mesi erano stati talmente belli e coinvolgente da marchiare a fuoco la
loro relazione. Andando avanti infatti i loro caratteri e i loro desideri avevano
iniziato a cambiare forma e colore mentre la loro relazione e il loro modo di
viversi l’un l’altro era rimasto bloccato ai primi mesi. Quel periodo era stato
bello, doveva di conseguenza esserlo anche il futuro. Ma non stava andando così
e il loro amore era arrivato alla fine. Oppure, semplicemente, questo era ciò
che gli sembrava.
Due ragazzi si trovavano su una spiaggia splendente
con storie simili e desideri pressappoco identici. Non sapevano certo di essere
così vicini, non sapevano nemmeno di esistere.
Entrambi seduti a guardare il mare, erano lontani
pochi metri. Scrutando l’orizzonte e il panorama circostante, cominciarono per
caso a guardarsi, come quando cammini per strada e, tra i passanti, noti uno
sguardo interessante.
Si guardarono, si studiarono, si girarono altrove;
poi però, si riguardarono. Lei si sentiva osservata e, a sua volta, lo scrutava
tra i capelli che le nascondevano il viso. Ad ogni nuovo sguardo che lui poggiava
su di lei, sentiva salire dentro di se’ un’energia forte e cruda, che sembrava
impossessarsi del suo corpo attraverso le vene. Era colpa dell’attrazione per
l’ignoto e della solitudine che aveva addosso se si sentiva così elettrizzata da un lieve contatto umano. La
curiosità che provò avendo a che fare con uno sconosciuto nel
mezzo del nulla, mandò il suo cervello in confusione. Era sempre stata una
ragazza abbastanza curiosa e questo suo tratto caratteriale le aveva permesso
di fare amicizie nei posti più assurdi e di socializzare con tantissime
persone. Era però anche una ragazza timida e alle volte quasi riservata, quindi
viveva sempre in contrasto con la voglia di esplorare e la vergogna di ” buttarsi
nel vuoto”.
E’ anche vero che gli sguardi fugaci di due persone
sole, davanti ad un mare blu splendente, diventano curiosità a 360 gradi.
Non sapeva cosa fare, oscillava tra l’essere
divertita e l’essere a disagio. Si alzò in piedi lentamente, lo fissò, poi
guardò con nonchalance verso il mare ed iniziò a camminare verso la riva. Le
onde cominciarono a sfiorarle i piedi con forza, il mare era gonfio. Si tolse i
capelli dal viso e cercò di guardarlo ancora, senza farsi vedere.
Il ragazzo era seduto sullo scoglio ed era umanamente
attirato dall’unica persona presente sulla quella spiaggia grigia. Osservava
senza ritegno quella figura esile muoversi elegante verso il mare. Studiava
ogni suo movimento, incuriosito. Lui era lì, nonostante il mare gonfio, perché
sapeva che lì si sarebbe sentito bene, da solo. Ma lei? Perché era lì? Era una
giornata ventosa, poco piacevole, quasi nessuno quel giorno sarebbe andato su
quella spiaggia.
Mentre la ragazza muoveva i piedi leggiadra sulla
riva, un’onda arrabbiata le andò incontro, come se volesse urlarle il mondo.
Il vento si fece più forte, un lampo si fece spazio
tra le nuvole.
Lo sguardo del ragazzo si fece più insistente:
iniziò a fissarla con maggior intensità. Era andato lì per riflettere e per stare
solo, eppure ora che l’aveva vista desiderava avvicinarsi per conoscerla,
piuttosto che star lì a fare l’eremita. La curiosità infatti si stava facendo
sempre più grande anche dentro di lui.
Si rese conto che il suo sguardo, visto dagli
altri, poteva sembrare un po’ strano: effettivamente, si sentiva oscillare tra
l’essere incuriosito e l’essere stregato. Era dubbioso: non sapeva se andare
incontro a quella ragazza e scambiarci due parole oppure rimanere lì. Il
problema era che non riusciva a stare fermo sullo scoglio: si sentiva come se
una sostanza strana gli stesse facendo tendere tutti i muscoli.
Forse era invaso da quella che le persone chiamano
adrenalina.
Il mare era scuro e abbastanza freddo per essere
fine estate, eppure lei aveva voglia di
tuffarsi. Era consapevole degli occhi che la guardavano, eppure non le
interessava. Nella confusione generale e nella tristezza della solitudine che
le stava iniziando a stare stretta, aveva voglia di lasciarsi andare, di
sentirsi libera e rilassata. Si tolse la maglietta e rimase per qualche secondo
in piedi sulla riva, costume bianco e pelle d’oca. Ora o mai più.
Voleva essere felice ma non sapeva se era quello in
modo giusto. Conoscere una persona nuova era il modo migliore, sicuramente. Ma questo,
era giusto? Doveva farsi trascinare da
queste sensazioni, lasciarsi andare all’istinto oppure era meglio agire come
ogni persona normale avrebbe fatto, ad esempio andando a parlare con questo
ragazzo, presentandosi? Sapeva di essere osservata, sapeva di essersi scambiata
degli sguardi con questo ragazzo. Sapeva che lui avrebbe potuto farsi un’idea
distorta della realtà.
Ma lei si sentiva sola in un mare gonfio di freddo
e aveva trovato calore in un sguardo. Non voleva rinunciare a quell’unico e
stravagante contatto umano che l’aveva rinvigorita come mai ultimamente.
Non sarebbe rimasta lì ferma a pensare a cosa era
giusto o a cosa era più consono. Lei non era mai stata “consona” , adatta: era
sempre andata controcorrente, era sempre stata “diversa”. In tutte le scelte si
era fatta guidare dall’istinto.
E ora, lei voleva fare il bagno. Lei voleva
giocare.
Senza guardare il ragazzo, iniziò così a camminare
lentamente ma in maniera decisa verso il mare, bagnandosi prima le mani e le
braccia, per abituare il corpo ad una temperatura così fresca.
Il mare infinito e imponente la circondava con
tutta la sua maestosità e, a tratti, si sentiva di nuovo sola. Si girò per
vedere se il ragazzo c’era ancora e lo vide nel solito punto, che la stava
ancora fissando.
La ragazza si rigirò allora di scatto dalla parte
opposta, vergognandosi di quella situazione imbarazzante. Alzò gli occhi verso
quel poco sole nascosto dalle nuvole e continuò a dubitare di se stessa. Decise
di girarsi un’ultima volta verso di lui, per fare decidere al destino. Come se fosse una scommessa, pensò che se lui era
ancora girato verso di lei, avrebbe sorriso ai dubbi, mandato a farsi benedire
l’insicurezza e fatto si che l’adrenalina che provava sulla pelle facesse il
resto. In caso contrario, avrebbe smesso di fantasticare, dando ragione ai
dubbi e al buon senso.
Si voltò nella direzione del ragazzo, senza enfasi,
con disinvoltura, guardando prima il paesaggio e poi lui: ancora una volta, la
stava fissando.
Fu così che in un attimo sentì un’onda calda che le
distendeva la mente e le rilassava tutti i nervi del corpo: non c’era altro da
fare se non provare ad entrare in contatto questo ragazzo.
Cominciò a sorridere divertita e lui ricambiò il
sorriso.
Non aveva più paura, anzi prese tutto il coraggio
che aveva, alzò il braccio e lo invitò a fare il bagno con lei.
Il ragazzo, che era già in procinto di muoversi, di
fare qualcosa, di avvicinarsi, di fronte a quel gesto si sentì completamente
attratto da quel sorriso. Come una calamita quando incontra il ferro, come un
oggetto e la forza di gravità.
Aveva sempre avuto a che fare con donne chiuse e, a
tratti, scontrose. In generale, aveva avuto questo approccio con tutte le
persone. Non aveva mai visto qualcuno così socievole e che spontaneamente
entrava subito in contatto con gli altri. Fu attratto dalla naturalezza del
gesto.
Come i bambini che si conoscono al parco e non sono
affogati dalle prassi dei primi approcci: si salutano, si parlano e iniziano subito a
giocare, come amici di lunga data.
In pochi secondi arrivò sulla riva, davanti a lei.
Sentiva già l’acqua fresca sulla punta dei piedi e lei era a soli pochi metri
di distanza. Ormai erano vicini.
Lei lo guardava fisso negli occhi, come se volesse
dire qualcosa. Poi scosse la testa, arrossì e senza dire niente si tuffò in
quel mare gonfio, dove la luce del sole e la luminosità delle nuvole si erano
già perse. L’acqua aveva un colore unico, un misto tra tramonto e sabbia.
Il ragazzo iniziò ad entrare in acqua: sentiva le
gambe leggere, le dita intorpidite. La temperatura del mare iniziò ad invadere
il suo corpo.
Quando lui le fu accanto, lei era ancora
sott’acqua. Tornò in superficie
lentamente, tirando i capelli all’indietro.
Si guardarono ridendo, in silenzio. Quella sostanza
che aveva iniziato a invadere entrambi, prese definitivamente il sopravvento
sulle loro menti, talmente tanto che non volevano altro che vedersi e sentirsi l’un
l’altro. Si avvicinarono ancora, viso a viso, non sapendo cosa fare, come
muoversi. Gli occhi fissi, il sorriso di lato.
Bloccati dall’imbarazzo, per qualche secondo non si
mossero.. Ma l’adrenalina sa sempre cosa fare e se la lasci andare, agisce per
te.
D’istinto, scattarono così l’uno verso l’altro, in
un abbraccio che sembrò una ricerca bramosa di contatto umano. Si strinsero, si
baciarono.
L’adrenalina era come una corrente elettrica nelle
loro vene. Si sentivano tesi, unici, accesi. E mentre si baciavano, il mare
sembrava splendere di luce propria e nulla era più freddo.
Non riuscivano a separarsi, non trovavano nemmeno
un motivo valido per farlo. Qualcosa li univa.
Erano forza e luce. Erano una tempesta elettrica.
I loro baci erano crudi, forti, sentiti e i loro
abbracci parlavano di storie lontane, di mancanze, di dolori. Le labbra
bruciavano. Sapevano entrambi di essere
fuori luogo, di aver fatto una cosa senza senso. Sentivano soprattutto di “non
potere”: volere sì, ma potere no.
Il sapore dell’acqua salata si mescolava al sapore
della loro pelle.
Era una situazione strana, un momento staccato dalla realtà.
Sapevano entrambi, mentre si stringevano, che tutto era anomalo, senza senso. Entrambi inoltre sapevano che con una cosa del genere, ci sarebbe stata presto una fine. Era solo un’infatuazione, era niente.
Sapevano entrambi, mentre si stringevano, che tutto era anomalo, senza senso. Entrambi inoltre sapevano che con una cosa del genere, ci sarebbe stata presto una fine. Era solo un’infatuazione, era niente.
La ragione,
come un veleno che si insinua veloce, cominciò a farsi spazio prepotentemente
tra di loro, facendo svanire l’adrenalina come polvere nel vento.
Le loro menti iniziarono ad essere più fredde e
riacquisirono un rapporto con la realtà. Le cose intorno cominciarono ad
ostacolare la loro magia: il sole fece capolino da una nuvola, il vento si fece
più forte, il tramonto ormai era quasi finito. La realtà aveva definitivamente
bussato alle loro porte: dovevano tornare nelle loro vite. Uscirono dal mare
con le mani che giocavano, che si stringevano. Sulla riva, la sabbia era calda.
Lei si abbassò per prendere la maglia abbandonata sulla spiaggia, pensierosa.
Si guardarono come se non volessero smettere, come
se non volessero tornare. Eppure la realtà era lì, sempre più tangibile tra di
loro. Il giorno improvvisamente stava finendo, la sabbia dava
noia ed era molto più fresco di prima. Nuvole ancora più nere si affacciarono nel
cielo, il vento aumentò ancor di più d’intensità. Era l’ora di andare, lo sapevano.
Lei aveva gli occhi accesi e milioni di granelli di
sabbia le sporcavano il collo. Lui aveva i capelli umidi e scompigliati..
Si guardarono negli occhi e mentre lei sorrise un’ultima volta, iniziarono
ad incamminarsi verso casa. Lui le lasciò andare la mano, lei voltò le spalle e
lui la fissò camminare, fino a che non scomparve in un sentiero tra una casa
bianca e un albero mal messo.
Furono così di nuovo soli: era tornato il freddo.
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Erano passate solo un paio d’ore dal loro incontro
ed entrambi erano rientrati nelle loro abitazioni, presi dai pensieri.
La ragazza si trovava nel suo appartamento
grazioso, nel centro del paese. Si era costruita questo rifugio di conchiglie e
legno da sola, con tutta la fantasia che poteva avere. Aveva lavorato sodo,
creato tante cose di sana pianta, modellato il tutto secondo il suo stile di
vita. Aveva desiderato un habitat solo suo, dove preferiva passare il tempo
sola. Lavorava molto ma cercava sempre di ritagliarsi momenti suoi nel suo
rifugio. Adorava la solitudine dei sensi.
Ora, a distanza di pochi mesi, quel suo modo di
vivere e di desiderare la vita, sembrava essersi dileguato, evaporato, polverizzato
in una tazza di caffè.
Quando era rientrata in casa, dopo l’incontro col
ragazzo, aveva trovato il suo libro sul letto, abbandonato a se stesso. Poco
più in là, sul comodino, il tabacco che adorava fumare la sera, mentre leggeva.
Oggetti che la facevano sentire bene.
Ora, guardandoli, si chiese dove diavolo fossero finiti i suoi desideri.
Ora, guardandoli, si chiese dove diavolo fossero finiti i suoi desideri.
Probabilmente, avevano sbagliato binario.
Il ragazzo era sdraiato sul letto con la luce
spenta. Era rientrato in netto ritardo rispetto al previsto. Nonostante questo,
aveva camminato con passo lento: si era sentito un essere vuoto, messo nel
posto sbagliato. Come se in una libreria tutti i libri fossero sistemati con le
scritte in su e uno, solo uno, con le scritte in giù: lui era quel libro riposto
al contrario. Era entrato piano piano in camera: quando si chiuse la porta alle
spalle, la fidanzata lo scrutò intensamente, come se fossero ore che lo
aspettava con le braccia incrociate, su una poltrona rossa, davanti alla porta.
“Dove sei stato?” disse con voce triste e risoluta.
“Mi sono addormentato sulla spiaggia. E nonostante
ciò, mi sento ancora stanco: ho bisogno di andare a letto. Ne riparliamo
domani” rispose lui, mirando alla camera. Fu così che lentamente si sdraiò sul
letto a luce spenta, insipido.
Immerso nei pensieri, riuscì anche a sentire le
lacrime della sua fidanzata invadere la stanza, ma ormai non poteva più farci
nulla.
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Era mattina presto, troppo presto. L’orologio non
mentiva: erano le 5 e la ragazza non aveva chiuso occhio. Sfinita e apatica,
decise di alzarsi dal letto: fuori pioveva, il sole non c’era e i colori erano svaniti.
Era uno di quei giorni metereopaticamente tristi, com’era giusto che fosse, in
pendant con l’umore del giorno prima. Arrivò in cucina lentamente, prese una
tazza e si versò del caffe avanzato: il caffe era freddo, ma sembrò funzionare.
L’allarme di una macchina risuonò nella stanza d'albergo
e il ragazzo si svegliò di scatto, abbandonando così i sogni felici che lo
stavano trattenendo. Si alzò e si guardò per due lunghissimi minuti allo
specchio di fronte a lui. La faccia non era per niente rilassata, nonostante si
fosse appena risvegliato. Fuori pioveva e lui sapeva benissimo che a questo
punto non sarebbe più riuscito a dormire. Non voleva e non poteva stare lì
fermo immobile, era preso da una smania esagerata.
In pochi secondi, fu decisissimo sul da farsi: alzarsi, vestirsi
e scappare da questa stanza fredda.
Il caffè, di solito, aveva un aroma buono, profondo.
Lei aveva sempre amato il suo odore. Quando qualcuno le chiedeva “Qual è la
cosa che più ti piace del caffè?” lei rispondeva sempre “il profumo che ha
quando è ancora polvere”.
Quel caffè oggi sembrava funzionare ma non la
ispirava: non le veniva a mente il suo buon profumo, non lo sentiva “intenso”,
non era un piacere. Oppure, semplicemente, oggi nulla l’avrebbe ispirata.
L’apatia aveva fregato il posto alla sua caratteriale allegria. Si sentiva
spenta.
E poi le venne a mente di quel giorno in cui aveva
pensato a quanto sarebbe stato bello dividere il caffè mattutino con qualcuno.
In pochi secondi decise di volersi dare una scossa:
rovesciò il caffè nel lavandino, prese il primo vestito che trovò a portata di
mano e se lo mise. Una corsa in bagno, una rinfrescata al viso e una veloce
occhiata allo specchio. Prese la borsa e si guardò brevemente intorno, come se
volesse fare mente locale dell’occorrente. Nulla, apatia totale: se ne andò in
fretta da quell’appartamento, senza troppi ripensamenti.
Entrambi, quasi contemporaneamente anche se in
punti diversi, iniziarono a correre via dal nulla. Ed entrambi con una sola
destinazione.
Il ragazzo arrivò con respiro affannato sulla
spiaggia dove il giorno prima il mare era gonfio e aveva quel colore unico.
Rimase in piedi fermo nel preciso punto della riva dove la ragazza, il giorno
prima, aveva lasciato la sua maglietta stropicciata in mezzo alla sabbia.
La ragazza arrivò correndo sulla spiaggia, facendo
finta di essere lì per futili motivi, come se fosse uscita per passeggiare.
Si guardò intorno piano piano e alla fine lo vide
in piedi sulla riva. La sua figura netta si confondeva con la luce fioca di
quel giorno grigio. Vide le braccia tese, le spalle grandi, i capelli
arruffati.
Sentì di nuovo quella strana sostanza divagarsi nel
suo corpo. Non riusciva a resistere: iniziò a correre verso di lui. Quando lo
raggiunse, non si fermò nemmeno a parlare: gli si buttò addosso con uno
slancio, baciandolo e stringendolo.
Lui, sorpreso e felice, le prese il viso tra le
mani, in maniera spontanea e naturale, perdendosi e amando ogni singolo
centimetro della sua pelle. Per lei, fu come vederlo davvero per la prima volta.
E per la prima volta, riuscì anche a sentirsi amata
come quasi mai le era successo. Continuarono a guardarsi intensamente, in
silenzio. Erano una tempesta elettrica e la luce del mondo derivava da loro. Erano persi e felici: il freddo svanì di
nuovo.
“ Io e te guarderemo
colori che non abbiamo mai visto e andremo in posti in cui nessuno è mai stato, ne sono sicuro”
le sussurrò il ragazzo, con voce dolce e forte.
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Le ore, sdraiati su quella spiaggia, passavano
veloci. Pelle a pelle, si erano abbracciati nella sabbia, sfiorandosi e
studiandosi. Di tempo ne era passato davvero tanto: era così tardi che entrambi iniziarono a
pensare a come avrebbero potuto fare. Si erano parlati poco ma avevano
affrontato i discorsi più taglienti: Chi sei? Di dove sei? Cosa fai nella vita?
Sei impegnato?
Ora che le risposte non rispecchiavano esattamente
la loro adrenalina e l’istinto che li aveva guidati, iniziarono a porsi delle
domande silenziose : Come faremo a stare insieme?
Lui incastonato in una di quelle storie finite, ma
grandi, di quelle che comprendevano tempo, spazio e vita. Storie che, anche se
con poco amore, erano troppo presenti e pressanti. Come avrebbe potuto mai
mollare tutto?
E lei ? Non aveva mai condiviso niente con nessuno,
non sapeva come porsi, come agire, come vivere in quel modo. Non faceva parte
di lei quel modo di vivere. Come avrebbe
potuto mollare il suo modo di essere? Come avrebbe potuto cancellare tutto
quello che aveva costruito per tutta la vita? Come avrebbe fatto a lasciarsi
andare fino in fondo? E poi abitavano lontani, molto lontani.
Sommersa dalle domande, la ragazza si mise a sedere
di scatto, scossa. Finalmente era riuscita a lasciarsi andare con qualcuno, finalmente aveva aperto una piccola finestra sul suo mondo. Finalmente aveva desiderato un contatto. Proprio ora che tutto ciò era avvenuto, la situazione non lasciava speranze o possibilità. Le lacrime iniziarono a offuscarle la vista e non si fermavano.
Il cielo grigio piangeva con lei, mentre Il ragazzo cercava di confortarla accarezzandole
i capelli. La guardava e si sentiva diviso a metà: una parte di lui non
riusciva a pensare di staccarsi da lei, voleva conoscerla, voleva diventare un
protagonista della sua vita; l’altra parte invece lo riportava indietro, come
se una catena lo legasse ai suoi doveri, alle sue promesse e alla sua vita
precisa.
Mentre la sfiorava, la realtà lo opprimeva sempre
di più. Nel bel mezzo del silenzio, si alzò: era ora di andare, la doveva
lasciare. Entrambi dovevano andare. Niente di tutto questo aveva senso.
La baciò sulla fronte.
Quel piccolo gesto fu per lei una goccia in un grande vaso: in quel preciso momento capì che ormai era totalmente immersa in quella cosa. Non aveva bisogno di parole superflue, sapeva già che era un addio. Nonostante lo sapesse, non riusciva a trattenere lacrime e singhiozzi. Soffriva, ma annuiva, sembrava quasi dire: “Vai, vai via. Lo so, è tardi. Lo so. Il cielo piange e ci stiamo salutando. Non voglio, vorrei non dover, ma devo lasciarti andare.”
Quel piccolo gesto fu per lei una goccia in un grande vaso: in quel preciso momento capì che ormai era totalmente immersa in quella cosa. Non aveva bisogno di parole superflue, sapeva già che era un addio. Nonostante lo sapesse, non riusciva a trattenere lacrime e singhiozzi. Soffriva, ma annuiva, sembrava quasi dire: “Vai, vai via. Lo so, è tardi. Lo so. Il cielo piange e ci stiamo salutando. Non voglio, vorrei non dover, ma devo lasciarti andare.”
Anche lui non aveva bisogno di tante parole e così,
nel freddo delle ore che passano, le lasciò la mano e se ne andò.
I primi passi furono quasi decisi. Poi, man mano che aumentava la distanza tra di loro, sentì che qualcosa non tornava.
Camminava ma non voleva. La sua mente era un fulcro di contraddizioni.
I primi passi furono quasi decisi. Poi, man mano che aumentava la distanza tra di loro, sentì che qualcosa non tornava.
Camminava ma non voleva. La sua mente era un fulcro di contraddizioni.
Era vero che doveva andare, era giusto, lo sapeva,
aveva capito ma in fondo…. non voleva andare.
Lasciandosi la ragazza alle spalle, aveva camminato
sempre più lentamente.
I suoi passi erano talmente pochi e titubanti, che
ad un certo punto, inconsciamente, si fermò.
Si mise le mani nei capelli, in preda all’ansia e
alla rabbia, e si voltò. Lei era ancora lì, immobile. Mentre la fissava, nella
sua testa la parola “no” iniziò a viaggiare alla velocità della luce.
Più stava lì fermo e più capiva che non voleva
andare via. Il suo desiderio era talmente forte che alla fine non poté più
andarsene. A quel punto non era che non voleva: ormai non poteva.
Iniziò a pensare che se quelle sensazioni erano così forti che forse un
senso lo avevano, forse non era tutto strano o sciocco.
Fu così che d’improvviso decise di tornare
indietro, con passo sicuro. Ad ogni passo che faceva, aumentava sempre più la
velocità. Si ritrovò a correre, con la sabbia che scivolava via sotto ogni suo
passo.
La ragazza, appena lo vide che si dirigeva di nuovo
verso di lei, iniziò a scuotere lentamente la testa, alzando le mani in segno
di difesa, come se volesse dirgli : “No fermo, non lo fare, non dovresti. Se
torni qui, io poi non resisterei, non potrei lasciarti andare ancora”.
Ma lui non si fermava, continuava deciso a camminare, fino a che non fu di nuovo davanti
a lei.
E così, furono di nuovo viso a viso.
Non sapevano assolutamente cosa fare, come porsi: erano tesi, irritati e inaspettatamente felici. Troppe emozioni diverse tutte insieme, una lotta tra cuori in estasi e menti fredde.
Non sapevano assolutamente cosa fare, come porsi: erano tesi, irritati e inaspettatamente felici. Troppe emozioni diverse tutte insieme, una lotta tra cuori in estasi e menti fredde.
Il mondo attorno a loro era sempre il solito, il
giorno era sempre grigio, il vento era sempre presente.
E nonostante il freddo incolore intorno, loro si
fissavano negli occhi, navigando l’uno nelle iridi dell’altro. I loro occhi
riuscirono davvero a vedere colori mai visti.
Avevano all’incirca mille cose da dirsi, situazioni da affrontare, storie da sistemare,
quotidianità da aggiustare. C’era da conoscersi, da capirsi, da unirsi. C’era il
dover raccontarsi la loro vita. C’era il trovare una soluzione.
La ragazza non riusciva a parlare, il ragazzo non
sapeva da dove iniziare.
Esistevano delle domande sensate che dovevano
porsi?
Provarono entrambi a dischiudere le labbra per dire
qualcosa, ma lo fecero talmente all’unisono che scoppiarono a ridere, senza poi
parlare. Si ritrovano in silenzio a scuotere tutti e due la testa, confusi e
felici.
Poi finalmente uno dei due trovò la forza di dare
un senso a tutto quell'istinto e, dando voce a mente e corpo, lui disse:
“Il mare è gonfio come un mal di testa e la notte
fa male. Nei giorni di pioggia dovremmo andare fuori a nuotare, nuotando nel
suono. Si, dovremmo andare fuori a nuotare. Sei sempre nella mia mente e so che
non sarà abbastanza. Se il cielo si dovesse spezzare, ci dovrà essere un modo
per tornare per amore e solo amore. Non possiamo passare i giorni sognando i
sogni di qualcun altro. Abbiamo bisogno di questa pioggia che lavi via la
nostra sfortuna. Immaginaci dentro una tespesta elettrica di questa pioggia, nuvole e fulmini. Noi siamo una tempesta elettrica.”
Lei lo guardò senza fiato, a bocca aperta, con
mille e nessun pensiero in testa. Per un attimo vide dietro di lui tutti i
colori del mare iniziare ad invadere la sua mente. Si sentì leggera e fresca. Piangeva senza
volerlo insieme al cielo, ancora una volta. Piangeva perché non sapeva se tutto
questo avrebbe mai funzionato.
Sopraffatta dai pensieri, lo abbracciò d’impeto, senza
mezze misure. Lui la strinse a se’, canticchiando le parole di una famosa
canzone: “Baby, don’t cry”.
Let
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