Scrittura - TEMPESTA ELETTRICA



Sono seduta su una spiaggia meravigliosa e sono rilassata. La temperatura è perfetta e non c’è tanta gente ad invadere il mio spazio vitale. O forse, semplicemente, sono io che sono talmente connessa con il mio mare che non sento più niente. Magicamente, è come se ci fossi solo io in questo blu infinito. Sento la bellezza di questo posto sulla pelle.
Non sono sola eppure sono distaccata dalla realtà. 
Sto ascoltando una canzone che amo alla follia, una di quelle che ti fa viaggiare ad occhi aperti e, come mi capita spesso, improvvisamente volo leggera nella mia fantasia, immaginandomi situazioni, storie, persone. Ascoltando questa canzone, mi vengono a mente un ragazzo e una ragazza, soli, che per sbaglio s’incontrano in questa spiaggia vuota, in un giorno in cui il mare è gonfio come un mal di testa e una tempesta elettrica invade tutto quello che c’è.

TEMPESTA ELETTRICA.

Il mare era gonfio, la temperatura fresca. Il vento viaggiava dolce e lei lo sentiva come un soffio tra i capelli.  Era seduta sulla sabbia e osservava oltre la riva, guardando il giorno morire.
Era uscita per riflettere, per stare sola con se stessa e per capire cosa non andava nella vita che con ansia e dedizione aveva cercato di costruire in maniera perfetta.
Voleva sentirsi dire che era speciale: voleva essere nei pensieri di qualcuno. Lo desiderava anche se sapeva che ormai non sarebbe stato  facile:  aveva passato tutta la vita cercando l’indipendenza e l’autorealizzazione, creando un muro attorno a se’, bastandosi. Sognava di vivere delle sue sole forze senza dover fare i conti con nessuno e c’era riuscita. Voleva imparare a vivere da sola e da sola sviluppare le sue doti e la sua mente e c’era riuscita. La sua vita era come l’aveva sempre voluta.
Poi una mattina d’improvviso, mentre faceva colazione, si rese conto che se ci fosse stato qualcuno con lei, forse, sarebbe stato bello. Qualcuno che amava bere il caffè come lei, qualcuno che avrebbe avuto voglia di ascoltare i racconti dei suoi sogni e di accarezzarle il viso d’istinto. Sentì per la prima volta la mancanza del contatto umano, quello dettato dall’affetto, dal vivere insieme.  Iniziò a sentire che mancava qualcuno con cui condividere la cosa più semplice e banale: la vita.
E così ora era tutto freddo intorno a lei, nonostante fosse estate.

Un ragazzo, seduto su uno scoglio, si guardava intorno alla ricerca di se stesso. Voleva sentirsi amato e voleva a sua volta amare come si ama una volta sola nella vita: era questo il tipo di amore che desiderava dalla sua relazione. Una volta credeva di avere quel tipo di amore. Ultimamente non era più cosi: loro non si amavano più perché la loro storia era ferma.  Ferma a quell’amore, a quel primo bacio, a quel primo fiore.  La loro era una storia fatta di passato, una stanza vuota nel presente. Stavano insieme da un paio d’anni eppure avevano sempre avuto l’impressione di conoscersi da una vita. I primi mesi erano stati talmente belli e coinvolgente da marchiare a fuoco la loro relazione. Andando avanti infatti i loro caratteri e i loro desideri avevano iniziato a cambiare forma e colore mentre la loro relazione e il loro modo di viversi l’un l’altro era rimasto bloccato ai primi mesi. Quel periodo era stato bello, doveva di conseguenza esserlo anche il futuro. Ma non stava andando così e il loro amore era arrivato alla fine. Oppure, semplicemente, questo era ciò che gli sembrava.

Due ragazzi si trovavano su una spiaggia splendente con storie simili e desideri pressappoco identici. Non sapevano certo di essere così vicini, non sapevano nemmeno di esistere.
Entrambi seduti a guardare il mare, erano lontani pochi metri. Scrutando l’orizzonte e il panorama circostante, cominciarono per caso a guardarsi, come quando cammini per strada e, tra i passanti, noti uno sguardo interessante.
Si guardarono, si studiarono, si girarono altrove; poi però, si riguardarono. Lei si sentiva osservata e, a sua volta, lo scrutava tra i capelli che le nascondevano il viso. Ad ogni nuovo sguardo che lui poggiava su di lei, sentiva salire dentro di se’ un’energia forte e cruda, che sembrava impossessarsi del suo corpo attraverso le vene. Era colpa dell’attrazione per l’ignoto e della solitudine che aveva addosso se si sentiva così  elettrizzata da un lieve contatto umano. La curiosità che provò avendo a che fare con uno sconosciuto nel mezzo del nulla, mandò il suo cervello in confusione. Era sempre stata una ragazza abbastanza curiosa e questo suo tratto caratteriale le aveva permesso di fare amicizie nei posti più assurdi e di socializzare con tantissime persone. Era però anche una ragazza timida e alle volte quasi riservata, quindi viveva sempre in contrasto con la voglia di esplorare e la vergogna di ” buttarsi nel vuoto”.
E’ anche vero che gli sguardi fugaci di due persone sole, davanti ad un mare blu splendente, diventano curiosità a 360 gradi.
Non sapeva cosa fare, oscillava tra l’essere divertita e l’essere a disagio. Si alzò in piedi lentamente, lo fissò, poi guardò con nonchalance verso il mare ed iniziò a camminare verso la riva. Le onde cominciarono a sfiorarle i piedi con forza, il mare era gonfio. Si tolse i capelli dal viso e cercò di guardarlo ancora, senza farsi vedere.
Il ragazzo era seduto sullo scoglio ed era umanamente attirato dall’unica persona presente sulla quella spiaggia grigia. Osservava senza ritegno quella figura esile muoversi elegante verso il mare. Studiava ogni suo movimento, incuriosito. Lui era lì, nonostante il mare gonfio, perché sapeva che lì si sarebbe sentito bene, da solo. Ma lei? Perché era lì? Era una giornata ventosa, poco piacevole, quasi nessuno quel giorno sarebbe andato su quella spiaggia.
Mentre la ragazza muoveva i piedi leggiadra sulla riva, un’onda arrabbiata le andò incontro, come se volesse urlarle il mondo.
Il vento si fece più forte, un lampo si fece spazio tra le nuvole.
Lo sguardo del ragazzo si fece più insistente: iniziò a fissarla con maggior intensità. Era andato lì per riflettere e per stare solo, eppure ora che l’aveva vista desiderava avvicinarsi per conoscerla, piuttosto che star lì a fare l’eremita. La curiosità infatti si stava facendo sempre più grande anche dentro di lui.
Si rese conto che il suo sguardo, visto dagli altri, poteva sembrare un po’ strano: effettivamente, si sentiva oscillare tra l’essere incuriosito e l’essere stregato. Era dubbioso: non sapeva se andare incontro a quella ragazza e scambiarci due parole oppure rimanere lì. Il problema era che non riusciva a stare fermo sullo scoglio: si sentiva come se una sostanza strana gli stesse facendo tendere tutti i muscoli.
Forse era invaso da quella che le persone chiamano adrenalina.
Il mare era scuro e abbastanza freddo per essere fine estate, eppure lei  aveva voglia di tuffarsi. Era consapevole degli occhi che la guardavano, eppure non le interessava. Nella confusione generale e nella tristezza della solitudine che le stava iniziando a stare stretta, aveva voglia di lasciarsi andare, di sentirsi libera e rilassata. Si tolse la maglietta e rimase per qualche secondo in piedi sulla riva, costume bianco e pelle d’oca. Ora o mai più.
Voleva essere felice ma non sapeva se era quello in modo giusto. Conoscere una persona nuova era il modo migliore, sicuramente. Ma questo, era giusto? Doveva farsi  trascinare da queste sensazioni, lasciarsi andare all’istinto oppure era meglio agire come ogni persona normale avrebbe fatto, ad esempio andando a parlare con questo ragazzo, presentandosi? Sapeva di essere osservata, sapeva di essersi scambiata degli sguardi con questo ragazzo. Sapeva che lui avrebbe potuto farsi un’idea distorta della realtà.
Ma lei si sentiva sola in un mare gonfio di freddo e aveva trovato calore in un sguardo. Non voleva rinunciare a quell’unico e stravagante contatto umano che l’aveva rinvigorita come mai ultimamente.
Non sarebbe rimasta lì ferma a pensare a cosa era giusto o a cosa era più consono. Lei non era mai stata “consona” , adatta: era sempre andata controcorrente, era sempre stata “diversa”. In tutte le scelte si era fatta guidare dall’istinto.
E ora, lei voleva fare il bagno. Lei voleva giocare.
Senza guardare il ragazzo, iniziò così a camminare lentamente ma in maniera decisa verso il mare, bagnandosi prima le mani e le braccia, per abituare il corpo ad una temperatura così fresca.
Il mare infinito e imponente la circondava con tutta la sua maestosità e, a tratti, si sentiva di nuovo sola. Si girò per vedere se il ragazzo c’era ancora e lo vide nel solito punto, che la stava ancora fissando.
La ragazza si rigirò allora di scatto dalla parte opposta, vergognandosi di quella situazione imbarazzante. Alzò gli occhi verso quel poco sole nascosto dalle nuvole e continuò a dubitare di se stessa. Decise di girarsi un’ultima volta verso di lui, per fare decidere al destino.  Come se fosse una scommessa, pensò che se lui era ancora girato verso di lei, avrebbe sorriso ai dubbi, mandato a farsi benedire l’insicurezza e fatto si che l’adrenalina che provava sulla pelle facesse il resto. In caso contrario, avrebbe smesso di fantasticare, dando ragione ai dubbi e al buon senso.
Si voltò nella direzione del ragazzo, senza enfasi, con disinvoltura, guardando prima il paesaggio e poi lui: ancora una volta, la stava fissando.
Fu così che in un attimo sentì un’onda calda che le distendeva la mente e le rilassava tutti i nervi del corpo: non c’era altro da fare se non provare ad entrare in contatto questo ragazzo.
Cominciò a sorridere divertita e lui ricambiò il sorriso.
Non aveva più paura, anzi prese tutto il coraggio che aveva, alzò il braccio e lo invitò a fare il bagno con lei.
Il ragazzo, che era già in procinto di muoversi, di fare qualcosa, di avvicinarsi, di fronte a quel gesto si sentì completamente attratto da quel sorriso. Come una calamita quando incontra il ferro, come un oggetto e la forza di gravità.
Aveva sempre avuto a che fare con donne chiuse e, a tratti, scontrose. In generale, aveva avuto questo approccio con tutte le persone. Non aveva mai visto qualcuno così socievole e che spontaneamente entrava subito in contatto con gli altri. Fu attratto dalla naturalezza del gesto.
Come i bambini che si conoscono al parco e non sono affogati dalle prassi dei primi approcci: si salutano, si parlano e iniziano subito a giocare, come amici di lunga data.
In pochi secondi arrivò sulla riva, davanti a lei. Sentiva già l’acqua fresca sulla punta dei piedi e lei era a soli pochi metri di distanza. Ormai erano vicini.
Lei lo guardava fisso negli occhi, come se volesse dire qualcosa. Poi scosse la testa, arrossì e senza dire niente si tuffò in quel mare gonfio, dove la luce del sole e la luminosità delle nuvole si erano già perse. L’acqua aveva un colore unico, un misto tra tramonto e sabbia.
Il ragazzo iniziò ad entrare in acqua: sentiva le gambe leggere, le dita intorpidite. La temperatura del mare iniziò ad invadere il suo corpo.
Quando lui le fu accanto, lei era ancora sott’acqua.  Tornò in superficie lentamente, tirando i capelli all’indietro.
Si guardarono ridendo, in silenzio. Quella sostanza che aveva iniziato a invadere entrambi, prese definitivamente il sopravvento sulle loro menti, talmente tanto che non volevano altro che vedersi e sentirsi l’un l’altro. Si avvicinarono ancora, viso a viso, non sapendo cosa fare, come muoversi. Gli occhi fissi, il sorriso di lato.
Bloccati dall’imbarazzo, per qualche secondo non si mossero.. Ma l’adrenalina sa sempre cosa fare e se la lasci andare, agisce per te.
D’istinto, scattarono così l’uno verso l’altro, in un abbraccio che sembrò una ricerca bramosa di contatto umano. Si strinsero, si baciarono.
L’adrenalina era come una corrente elettrica nelle loro vene. Si sentivano tesi, unici, accesi. E mentre si baciavano, il mare sembrava splendere di luce propria e nulla era più freddo.
Non riuscivano a separarsi, non trovavano nemmeno un motivo valido per farlo. Qualcosa li univa.
Erano forza e luce. Erano una tempesta elettrica.
I loro baci erano crudi, forti, sentiti e i loro abbracci parlavano di storie lontane, di mancanze, di dolori. Le labbra bruciavano.  Sapevano entrambi di essere fuori luogo, di aver fatto una cosa senza senso. Sentivano soprattutto di “non potere”:  volere sì, ma potere no.
Il sapore dell’acqua salata si mescolava al sapore della loro pelle.
Era una situazione strana, un momento staccato dalla realtà.
Sapevano entrambi, mentre si stringevano, che tutto era anomalo, senza senso. Entrambi inoltre sapevano che con una cosa del genere, ci sarebbe stata presto una fine. Era solo un’infatuazione, era niente.
La ragione, come un veleno che si insinua veloce, cominciò a farsi spazio prepotentemente tra di loro, facendo svanire l’adrenalina come polvere nel vento.
Le loro menti iniziarono ad essere più fredde e riacquisirono un rapporto con la realtà. Le cose intorno cominciarono ad ostacolare la loro magia: il sole fece capolino da una nuvola, il vento si fece più forte, il tramonto ormai era quasi finito. La realtà aveva definitivamente bussato alle loro porte: dovevano tornare nelle loro vite. Uscirono dal mare con le mani che giocavano, che si stringevano. Sulla riva, la sabbia era calda. Lei si abbassò per prendere la maglia abbandonata sulla spiaggia, pensierosa.
Si guardarono come se non volessero smettere, come se non volessero tornare. Eppure la realtà era lì, sempre più tangibile tra di loro. Il giorno improvvisamente stava finendo, la sabbia dava noia ed era molto più fresco di prima. Nuvole ancora più nere si affacciarono nel cielo, il vento aumentò ancor di più d’intensità. Era l’ora di andare, lo sapevano.
Lei aveva gli occhi accesi e milioni di granelli di sabbia le sporcavano il collo. Lui aveva i capelli umidi e scompigliati..
Si guardarono negli occhi  e mentre lei sorrise un’ultima volta, iniziarono ad incamminarsi verso casa. Lui le lasciò andare la mano, lei voltò le spalle e lui la fissò camminare, fino a che non scomparve in un sentiero tra una casa bianca e un albero mal messo.
Furono così di nuovo soli: era tornato il freddo.



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Erano passate solo un paio d’ore dal loro incontro ed entrambi erano rientrati nelle loro abitazioni, presi dai pensieri.

La ragazza si trovava nel suo appartamento grazioso, nel centro del paese. Si era costruita questo rifugio di conchiglie e legno da sola, con tutta la fantasia che poteva avere. Aveva lavorato sodo, creato tante cose di sana pianta, modellato il tutto secondo il suo stile di vita. Aveva desiderato un habitat solo suo, dove preferiva passare il tempo sola. Lavorava molto ma cercava sempre di ritagliarsi momenti suoi nel suo rifugio. Adorava la solitudine dei sensi.
Ora, a distanza di pochi mesi, quel suo modo di vivere e di desiderare la vita, sembrava essersi dileguato, evaporato, polverizzato in una tazza di caffè.
Quando era rientrata in casa, dopo l’incontro col ragazzo, aveva trovato il suo libro sul letto, abbandonato a se stesso. Poco più in là, sul comodino, il tabacco che adorava fumare la sera, mentre leggeva. Oggetti che la facevano sentire bene.
Ora, guardandoli, si chiese dove diavolo fossero finiti i suoi desideri.
Probabilmente, avevano sbagliato binario.

Il ragazzo era sdraiato sul letto con la luce spenta. Era rientrato in netto ritardo rispetto al previsto. Nonostante questo, aveva camminato con passo lento: si era sentito un essere vuoto, messo nel posto sbagliato. Come se in una libreria tutti i libri fossero sistemati con le scritte in su e uno, solo uno, con le scritte in giù: lui era quel libro riposto al contrario. Era entrato piano piano in camera: quando si chiuse la porta alle spalle, la fidanzata lo scrutò intensamente, come se fossero ore che lo aspettava con le braccia incrociate, su una poltrona rossa, davanti alla porta.
“Dove sei stato?” disse con voce triste e risoluta.
“Mi sono addormentato sulla spiaggia. E nonostante ciò, mi sento ancora stanco: ho bisogno di andare a letto. Ne riparliamo domani” rispose lui, mirando alla camera. Fu così che lentamente si sdraiò sul letto a luce spenta, insipido.
Immerso nei pensieri, riuscì anche a sentire le lacrime della sua fidanzata invadere la stanza, ma ormai non poteva più farci nulla.

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Era mattina presto, troppo presto. L’orologio non mentiva: erano le 5 e la ragazza non aveva chiuso occhio. Sfinita e apatica, decise di alzarsi dal letto: fuori pioveva, il sole non c’era e i colori erano svaniti. Era uno di quei giorni metereopaticamente tristi, com’era giusto che fosse, in pendant con l’umore del giorno prima. Arrivò in cucina lentamente, prese una tazza e si versò del caffe avanzato: il caffe era freddo, ma sembrò funzionare.

L’allarme di una macchina risuonò nella stanza d'albergo e il ragazzo si svegliò di scatto, abbandonando così i sogni felici che lo stavano trattenendo. Si alzò e si guardò per due lunghissimi minuti allo specchio di fronte a lui. La faccia non era per niente rilassata, nonostante si fosse appena risvegliato. Fuori pioveva e lui sapeva benissimo che a questo punto non sarebbe più riuscito a dormire. Non voleva e non poteva stare lì fermo immobile, era preso da una smania esagerata.
In pochi secondi,  fu decisissimo sul da farsi: alzarsi, vestirsi e scappare da questa stanza fredda.

Il caffè, di solito, aveva un aroma buono, profondo. Lei aveva sempre amato il suo odore. Quando qualcuno le chiedeva “Qual è la cosa che più ti piace del caffè?” lei rispondeva sempre “il profumo che ha quando è ancora polvere”.
Quel caffè oggi sembrava funzionare ma non la ispirava: non le veniva a mente il suo buon profumo, non lo sentiva “intenso”, non era un piacere. Oppure, semplicemente, oggi nulla l’avrebbe ispirata. L’apatia aveva fregato il posto alla sua caratteriale allegria. Si sentiva spenta.
E poi le venne a mente di quel giorno in cui aveva pensato a quanto sarebbe stato bello dividere il caffè mattutino con qualcuno.
In pochi secondi decise di volersi dare una scossa: rovesciò il caffè nel lavandino, prese il primo vestito che trovò a portata di mano e se lo mise. Una corsa in bagno, una rinfrescata al viso e una veloce occhiata allo specchio. Prese la borsa e si guardò brevemente intorno, come se volesse fare mente locale dell’occorrente. Nulla, apatia totale: se ne andò in fretta da quell’appartamento, senza troppi ripensamenti.

Entrambi, quasi contemporaneamente anche se in punti diversi, iniziarono a correre via dal nulla. Ed entrambi con una sola destinazione.

Il ragazzo arrivò con respiro affannato sulla spiaggia dove il giorno prima il mare era gonfio e aveva quel colore unico. Rimase in piedi fermo nel preciso punto della riva dove la ragazza, il giorno prima, aveva lasciato la sua maglietta stropicciata in mezzo alla sabbia.
La ragazza arrivò correndo sulla spiaggia, facendo finta di essere lì per futili motivi, come se fosse uscita per passeggiare.
Si guardò intorno piano piano e alla fine lo vide in piedi sulla riva. La sua figura netta si confondeva con la luce fioca di quel giorno grigio. Vide le braccia tese, le spalle grandi, i capelli arruffati.
Sentì di nuovo quella strana sostanza divagarsi nel suo corpo. Non riusciva a resistere: iniziò a correre verso di lui. Quando lo raggiunse, non si fermò nemmeno a parlare: gli si buttò addosso con uno slancio, baciandolo e stringendolo.
Lui, sorpreso e felice, le prese il viso tra le mani, in maniera spontanea e naturale, perdendosi e amando ogni singolo centimetro della sua pelle. Per lei, fu come vederlo davvero per la prima volta.
E per la prima volta, riuscì anche a sentirsi amata come quasi mai le era successo. Continuarono a guardarsi intensamente, in silenzio. Erano una tempesta elettrica e la luce del mondo derivava da loro.  Erano persi e felici: il freddo svanì di nuovo.
 “ Io e te guarderemo colori che non abbiamo mai visto e andremo in posti in cui nessuno è mai stato, ne sono sicuro” le sussurrò il ragazzo, con voce dolce e forte.

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Le ore, sdraiati su quella spiaggia, passavano veloci. Pelle a pelle, si erano abbracciati nella sabbia, sfiorandosi e studiandosi. Di tempo ne era passato davvero tanto:  era così tardi che entrambi iniziarono a pensare a come avrebbero potuto fare. Si erano parlati poco ma avevano affrontato i discorsi più taglienti: Chi sei? Di dove sei? Cosa fai nella vita? Sei impegnato?
Ora che le risposte non rispecchiavano esattamente la loro adrenalina e l’istinto che li aveva guidati, iniziarono a porsi delle domande silenziose : Come faremo a stare insieme?
Lui incastonato in una di quelle storie finite, ma grandi, di quelle che comprendevano tempo, spazio e vita. Storie che, anche se con poco amore, erano troppo presenti e pressanti. Come avrebbe potuto mai mollare tutto?
E lei ? Non aveva mai condiviso niente con nessuno, non sapeva come porsi, come agire, come vivere in quel modo. Non faceva parte di lei quel modo di vivere.  Come avrebbe potuto mollare il suo modo di essere? Come avrebbe potuto cancellare tutto quello che aveva costruito per tutta la vita? Come avrebbe fatto a lasciarsi andare fino in fondo? E poi abitavano lontani, molto lontani.

Sommersa dalle domande, la ragazza si mise a sedere di scatto, scossa. Finalmente era riuscita a lasciarsi andare con qualcuno, finalmente aveva aperto una piccola finestra sul suo mondo. Finalmente aveva desiderato un contatto. Proprio ora che tutto ciò era avvenuto, la situazione non lasciava speranze o possibilità. Le lacrime iniziarono a offuscarle la vista e non si fermavano. Il cielo grigio piangeva con lei, mentre Il ragazzo cercava di confortarla accarezzandole i capelli. La guardava e si sentiva diviso a metà: una parte di lui non riusciva a pensare di staccarsi da lei, voleva conoscerla, voleva diventare un protagonista della sua vita; l’altra parte invece lo riportava indietro, come se una catena lo legasse ai suoi doveri, alle sue promesse e alla sua vita precisa.
Mentre la sfiorava, la realtà lo opprimeva sempre di più. Nel bel mezzo del silenzio, si alzò: era ora di andare, la doveva lasciare. Entrambi dovevano andare. Niente di tutto questo aveva senso.
La baciò sulla fronte.
Quel piccolo gesto fu per lei una goccia in un grande vaso: in quel preciso momento capì che ormai era totalmente immersa in quella cosa. Non aveva bisogno di parole superflue, sapeva già che era un addio.  Nonostante lo sapesse, non riusciva a trattenere lacrime e singhiozzi. Soffriva, ma annuiva, sembrava quasi dire: “Vai, vai via. Lo so, è tardi. Lo so. Il cielo piange e ci stiamo salutando. Non voglio, vorrei non dover, ma devo lasciarti andare.”
Anche lui non aveva bisogno di tante parole e così, nel freddo delle ore che passano, le lasciò la mano e se ne andò.
I primi passi furono quasi decisi. Poi, man mano che aumentava la distanza tra di loro, sentì che qualcosa non tornava.
Camminava ma non voleva. La sua mente era un fulcro di contraddizioni.
Era vero che doveva andare, era giusto, lo sapeva, aveva capito ma in fondo…. non voleva andare.
Lasciandosi la ragazza alle spalle, aveva camminato sempre più lentamente.
I suoi passi erano talmente pochi e titubanti, che ad un certo punto, inconsciamente, si fermò.
Si mise le mani nei capelli, in preda all’ansia e alla rabbia, e si voltò. Lei era ancora lì, immobile. Mentre la fissava, nella sua testa la parola “no” iniziò a viaggiare alla velocità della luce.
Più stava lì fermo e più capiva che non voleva andare via. Il suo desiderio era talmente forte che alla fine non poté più andarsene. A quel punto non era che non voleva: ormai non poteva.
Iniziò a pensare che se quelle sensazioni erano così forti che forse un senso lo avevano, forse non era tutto strano o sciocco.
Fu così che d’improvviso decise di tornare indietro, con passo sicuro. Ad ogni passo che faceva, aumentava sempre più la velocità. Si ritrovò a correre, con la sabbia che scivolava via sotto ogni suo passo.
La ragazza, appena lo vide che si dirigeva di nuovo verso di lei, iniziò a scuotere lentamente la testa, alzando le mani in segno di difesa, come se volesse dirgli : “No fermo, non lo fare, non dovresti. Se torni qui, io poi non resisterei, non potrei lasciarti andare ancora”.
Ma lui non si fermava, continuava deciso a camminare, fino a che non fu di nuovo davanti a lei.
E così, furono di nuovo viso a viso.
Non sapevano assolutamente cosa fare, come porsi: erano tesi, irritati e inaspettatamente felici. Troppe emozioni diverse tutte insieme, una lotta tra cuori in estasi e menti fredde.
Il mondo attorno a loro era sempre il solito, il giorno era sempre grigio, il vento era sempre presente.
E nonostante il freddo incolore intorno, loro si fissavano negli occhi, navigando l’uno nelle iridi dell’altro. I loro occhi riuscirono davvero a vedere colori mai visti.
Avevano all’incirca mille cose da dirsi,  situazioni da affrontare, storie da sistemare, quotidianità da aggiustare. C’era da conoscersi, da capirsi, da unirsi. C’era il dover raccontarsi la loro vita. C’era il trovare una soluzione.
La ragazza non riusciva a parlare, il ragazzo non sapeva da dove iniziare.
Esistevano delle domande sensate che dovevano porsi?
Provarono entrambi a dischiudere le labbra per dire qualcosa, ma lo fecero talmente all’unisono che scoppiarono a ridere, senza poi parlare. Si ritrovano in silenzio a scuotere tutti e due la testa, confusi e felici.
Poi finalmente uno dei due trovò la forza di dare un senso a tutto quell'istinto e,  dando voce a mente e corpo, lui disse:
“Il mare è gonfio come un mal di testa e la notte fa male. Nei giorni di pioggia dovremmo andare fuori a nuotare, nuotando nel suono. Si, dovremmo andare fuori a nuotare. Sei sempre nella mia mente e so che non sarà abbastanza. Se il cielo si dovesse spezzare, ci dovrà essere un modo per tornare per amore e solo amore. Non possiamo passare i giorni sognando i sogni di qualcun altro. Abbiamo bisogno di questa pioggia che lavi via la nostra sfortuna. Immaginaci dentro una tespesta elettrica di questa pioggia, nuvole e fulmini. Noi siamo una tempesta elettrica.”
Lei lo guardò senza fiato, a bocca aperta, con mille e nessun pensiero in testa. Per un attimo vide dietro di lui tutti i colori del mare iniziare ad invadere la sua mente.  Si sentì leggera e fresca. Piangeva senza volerlo insieme al cielo, ancora una volta. Piangeva perché non sapeva se tutto questo avrebbe mai funzionato.
Sopraffatta dai pensieri, lo abbracciò d’impeto, senza mezze misure. Lui la strinse a se’, canticchiando le parole di una famosa canzone:  “Baby, don’t cry”.

Racconto liberamente ispirato a "Electrical Storm" degli U2.



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