Scrittura - IL CINEMA E LA FINESTRA BIANCA



IL CINEMA E LA FINESTRA BIANCA

Le giornate sono più lunghe, il sole tarda a salutarci.

Sono seduta sul letto, appoggiata sui cuscini di piume che sono più grandi me. Sfoglio un giornale senza particolare attenzione. Una luce calda filtra da dietro la tenda beige. E’ quasi ora di cena.



D’improvviso mi alzo in piedi.  Cavolo, è già buio.

Scendo le scale perché devo andare in un posto. Cammino, sorpasso il tavolo e le sedie, mi dirigo verso l’ingresso.

Sono già fuori casa e cammino nel buio. Arrivo  davanti ad un edificio, che sembra quasi una casa, ma è solo uno stabile anonimo.

Sembra malandato, lasciato a se stesso: avrebbe bisogno di cure. Un colore nuovo alle pareti, un terrazzo più sicuro, una nuova maniglia per la finestra arrugginita.

Sono qua, siamo qua, perché dobbiamo andare al cinema. Dentro questo edificio, m’informano che, esattamente al piano seminterrato, c’è una sala.

Io e una massa di gente poco definita cominciamo a scendere le scale come un branco di pecore. Stiamo andando tutti, senza pensieri, verso la solita destinazione. Le scale sono abbastanza larghe, ma i soffitti sono bassi.

Inizio a non essere convinta di quello che sto facendo. Non mi piace trovarmi in mezzo ad una massa di persone e mi piace avere scelta. Voglio poter scegliere se seguirvi o se andare dalla parte opposta.

Non amo andare dove vanno tutti.

Continuo a scendere le scale e mi trovo in una stanza enorme, moderna, con i muri chiari e senza mobilio.

La luce è fortissima: neon bianchi come latte obbligano i miei occhi a ridursi a fessure.

Le persone intorno a me sono leggermente spaesate, fino a che non iniziano a chiacchierare, socializzando.

Stanno fermi, aspettando credo l’addetto del cinema che strapperà i biglietti.

Facendo una breve ricognizione dell’anonima stanza, noto che davanti a me, in fondo, c’è una tenda bianca.

E’ una di quelle tende spesse di velluto che si trovano nei cinema, proprio all’ingresso delle sale di proiezione. Come me, altri la notano.

Una ragazza bionda accanto a me, che ha un viso familiare ma che non riesco a collocare, mi sorride:

“E’ ora di entrare, dobbiamo vedere il filmato.”

Ci penso su un attimo, mentre lei continua a sorridere gentile.

“Perché dobbiamo?” chiedo stranita: odio il verbo “dovere”.

“Perché noi dobbiamo vedere il filmato, non possiamo rifiutare nei confronti della società, delle persone, delle regola di buona vita e d’educazione” dice serena, invitandomi col braccio a muovermi.

No, non mi piace questo principio. Non mi sento nel posto giusto.

Dover far qualcosa per forza per non passar male agli occhi degli “altri”, non mi mette a mio agio.

Non sto bene in questo posto.

Mi guardo intorno come un felino scruta la foresta in cerca di una preda. La mia preda è una via di fuga. Il mio obiettivo è non entrare nella sala.

Il mio corpo è assai più reattivo della mia mente: ancor prima di pensarlo, inizio a cercare di uscire da questo stanzone indirizzandomi verso destra, lasciandomi alle spalle le scale da cui siamo arrivati, in cui la luce si è spenta, e lasciandomi sulla sinistra l’ingresso di velluto.

C’è un piccola porta proprio nella mia traiettoria. Saluto chi mi passa accanto con un cenno della testa e apro la porta. Entro guardandomi indietro e una volta chiusa la porta mi ci appoggio con la schiena come a volermi assicurare che sia chiusa bene.

Rilasso la fronte e tiro un bel respiro.

Spalanco gli occhi e quello che mi trovo davanti mi stupisce.

Questa zona del cinema non è ristrutturata. Anzi, è completamente abbandonata.

Sarò finita in un’ala chiusa in cui non sono mai stati fatti i lavori moderni che caratterizzavano l’altro stanzone. Qui sembra più in linea con la facciata esterna.

Lentamente arrivo nel centro e noto che la stanza è vuota: ci sono solo delle scale che partano dalla parete destra e seguono a spirale, salendo, tutti le pareti. Alzo gli occhi e il soffitto non c’è: le scale continuano a salire all’infinito, verso il tetto, come se fossi dentro una torre quadrata.

Cavolo, saranno dodici piani!

Sconcertata e un po’ in soggezione, inizio a salire, perché è l’unico modo per andare avanti.



Sono passati cinque minuti di orologio e continuo a salire e non vedo la fine.

Sono stremata, stanca. Mi sento sola in questa grande torre e niente, intorno, mi è d’aiuto.

Dovrei urlare?

“C’è qualcunooooo?” le mie parole si perdono nell’eco degli spazi vuoti.

La luce non è luce: riesco a vedere dove vado grazie all’arancione dei lampioni che entra dalle finestre.

Sono in preda al panico, quando lo scricchiolio di una porta mi obbliga a soffermarmi.

“ Eccola qua! Ti stavamo cercando, passa di qui, non arriverai da nessuna parte usando quelle scale”.

La ragazza bionda che poco prima, nello stanzone, mi aveva detto che “dovevamo” guardare il film, si sta sbracciando dall’uscio di una porta.

Mi fa segno di entrare e io le vado incontro. Entro in un corridoio, altri saluti di circostanza ed ognuno va per la sua strada.

Ok, sono in albergo, posso finalmente rilassarmi. Prendo possesso della mia camera.

Mi tolgo le scarpe, apro un armadietto, cerco l’accappatoio. Mi levo i vestiti e decido di fare una doccia.

Entro nel bagno e noto con piacere che ha uno stile molto vintage: la doccia non c’è perché una maestosa vasca di ceramica bianca, tonda, prende tutto lo spazio utile.

La finestra è in legno, color bianco sporco e fuori, sull’inferriata, si è aggrappata un’edera bellissima.

Ci vorrebbe una candela e tutto sarebbe perfetto.

Apro l’acqua, la faccio scorrere, metto il sapone e gioco con le bolle.

Lascio l’accappatoio su una piccola sedia e spengo l’acqua. E’ ora di entrare nella vasca.

Mi sono portata dietro una sigaretta, per gustarmi meglio questo momento di relax.

L’acqua è calda al punto giusto e avvolge la mia pelle, i miei sensi e i miei muscoli.

Una sensazione di benessere scioglie l’agitazione che provavo nel cinema.

Prendo la sigaretta, la finestra è proprio davanti a me. Aspiro il primo tiro per accenderla.

Dal nulla mi viene da guardare verso la finestra.

Due occhi neri e grandi mi fissano da dietro le foglie.

Di scatto affondo nell’acqua, spaventata. Guardo meglio per capire se ho le allucinazioni o se lì fuori, dietro l’edera, c’è qualcuno. I due occhi sono lì e mi fissano arrabbiati, seriamente infuriati, quasi accecati dall’odio.

“Vattene” urlo a squarciagola.

Quegli occhi si arrabbiano ancora di più, ma cerco di calmare la mia paura: sarà uno scherzo, ci sono le inferriate, non può entrare. Niente da temere, a breve si annoierà a stare lì.

Non riesco nemmeno a finire di formulare questo pensiero che quegli occhi vengono in avanti verso il vetro, rivelando un viso contrito e arrabbiato.

Quest’uomo inizia a urlare, come un animale, aggrappandosi all’inferriata, strattonandola come se volesse tirarla giù, come se volesse entrare nella stanza e fare male a qualcuno.

Inizio a spaventarmi seriamente.

Appena noto il primo cedimento dell’inferriata, leggero, minuscolo, la paura mi acceca.

Urlo, urlo il tuo nome, in cerca di soccorso.

La finestra crolla e urlo il tuo nome.



Aria calda. La porta sbatte violentemente.

“Ciao amore!!”

Mi tiro su, di soprassalto.

Sono nella mia stanza, a casa, e non in albergo. La finestra è la mia, niente edera, niente occhi, niente inferriata.

Rimango immobile per un tempo che sembra infinito, chiedendomi perché io abbia fatto un sogno così articolato e complicato. Quale può essere il significato o almeno quale potrebbe essere la causa di queste scene che ho visto e vissuto? Lo ricordo così perfettamente da non essere del tutto convinta di averlo solo sognato.
E' ora di scendere al piano di sotto e salutarlo: devo preparare la cena.
Scriverò questo sogno per non dimenticarlo.
Lo scriverò per poter un giorno raccontarlo a qualcuno e chiedergli: "Ci credi che ho sognato tutto questo?"

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