Scrittura - GRANO E SOLE



GRANO E SOLE

Le porte si chiudono e il treno iniziare a muoversi. La condensa sul finestrino è un misto di acqua e polvere. Il sedile ha tante macchie , poco identificabili, e un buco vicino al poggiatesta.
Il vagone è pieno di ragazzi che tornano a casa, dopo scuola. Eastpak colorati ovunque. Un bambino piange in collo ad una donna posseduta da una visibile stanchezza. 

Sono seduta sul sedile blu, quello con le macchie e il buco vicino al poggiatesta. Ho sonno, o perlomeno il movimento del treno culla il mio corpo. Una specie di rilassamento si sta impossessando dei miei sensi.

Gli occhi si chiudono. 



Improvvisamente tutto diventa buio, il vagone in se' sparisce nel buio. Non vedo più nulla. La situazione intorno a me sembra cambiare. Nell'ombra, inizio a riconoscere quella che sembra un'aula scolastica: un professore sudato e grassoccio, con un libro in mano, sta spiegando qualcosa. D'improvviso si blocca e si gira verso di me, ma non mi vede, come se fossi trasparente. Abbassa gli occhiali sul naso e guardando fino in fondo all’aula, verso quelli che sembrerebbero gli ultimi banchi, indica qualcuno e dice: 

"Tu, si proprio tu, mi stai ascoltando? Non sembri attento. Ripeti cosa ho detto o ti metterò un rapporto."

Mi giro istintivamente in fondo e improvvisamente una luce forte, tipo un occhio di bue teatrale, illumina un ragazzo seduto al penultimo banco. È chino su stesso, lo sguardo basso e le occhiaie grandi come una casa. Ha l'aria di chi soffre, di chi piange da giorni, da chi non ha più niente dalla vita. Alza lo sguardo lentamente e si gira verso di me, fissandomi.

D’un tratto sento una voce nella mia testa. Una voce forte, come se avessi delle cuffie a tutto volume e stessi ascoltando una canzone. E’ una voce triste e rotta, che mi dice:

"Vuoi sapere la mia storia, vuoi sapere perché sono diventato così triste? Vieni con me."

In men che non si dica, non avendo neanche il tempo di rendermi conto che la situazione è decisamente anomala, mi ritrovo su una spiaggia, una spiaggia familiare e intima. La conosco bene questa spiaggia, eppure non ricordo dov'è. È pomeriggio, lo capisco dal colore del mare, da come il sole si riflette sul bagnasciuga. Proprio mentre sto osservando il sole infrangersi sulla sabbia, nella mia visuale appaiono due ragazzi, un maschio e una femmina. Il ragazzo è quello che due minuti prima sedeva al banco, desolato. Si stanno rincorrendo e ridono, scherzano, giocano. Sono dolcissimi e innamoratissimi. E di nuovo sento la voce nella mia testa:

"Vedi? Vedi come sono felici, come si amano? Tutto questo però sta per finire"

Sto ancora osservando i ragazzi quando vengo inaspettatamente catapultata nel salotto di mia nonna. In quel momento inizio a preoccuparmi davvero, chiedendomi cosa diavolo stia succedendo su questo fottuto treno o cosa diavolo stia succedendo nella mia mente. Mi accorgo solo dopo un po' che sono lì che, in mezzo alla stanza al posto del tavolo da pranzo, c'è una bara. Vedo le tende di mia nonna risaltare accanto a questo lugubre oggetto di legno scuro.
Mi volto per osservare i dettagli della stanza, per capire se non è reale. Sto studiando le vecchie porcellane di mia nonna quando entra una ragazza nella stanza. È scalza, capelli legati, abito bianco chiaro, quasi un velo. Non capisco se stia camminando o volando. Gira leggera per la stanza e non si accorge di me, sono ancora trasparente evidentemente. Solo dopo diversi minuti mi accorgo che identica alla ragazza che rideva sul bagnasciuga. È lei, si, sono sicura. Piange e gira attorno alla bara, toccandola. Piange e scuote la testa, un no immaginario che solo lei sa a chi lo sta dedicando. Nella mia mente prende vita un pensiero atroce : E il ragazzo?

Distrutta da quel momento, mi giro dalla parte opposta e chiudo gli occhi, troppo colpita nel profondo. Non voglio guardare. Passa un secondo, li riapro e una radura di campagna appare davanti a me. Mi giro indietro, di scatto: la ragazza, la scena e il salotto di mia nonna non ci sono più. Sono in piena campagna, nella nostra amata campagna fatta di vigneti e girasoli. Cipressi, collinette e campi infiniti mi circondano. Sembra non ci sia anima viva per kilometri. Sto iniziando a camminare verso un argine quando vedo un'ombra in lontananza che corre verso di me. Pian piano inizio a riconoscerlo: è il ragazzo dell'aula, meno male! Proprio lui, quel ragazzo chino sul banco nonché quello che rincorreva la ragazza sul bagnasciuga, mi sta venendo incontro sorridente, sbracciandosi:

"Finalmente sei arrivata, ti stavo aspettando. Vieni , voglio presentarti una persona."

E mi accompagna così, ridendo, verso una casetta di contadini che prima non avevo notato. C'era anche prima? Non riesco a parlare, non riesco a formulare una frase, sia per l'assurda situazione sia per la curiosità. Seguo questo ragazzo come sotto ipnosi.

Arriviamo ai limiti dell'ingresso della casa e un signore sulla sessantina o più mi da il benvenuto:
"Buonasera, la stavamo aspettando, non faccia caso all'umiltà della mia casa. Prego, si sieda." 
E io mi siedo. Il ragazzo mi fa sapere che quest'uomo è suo padre. La stanza ha dimensioni modeste: il tavolo in mezzo alla sala è di legno antico, massiccio. Lo stile è povero e contadino, quindi molto intimo e familiare. Le pareti sono color indaco sporco, tranne il soffitto che è bianco. Non sembra una casa, sembra più un dipinto di Van Gogh. Loro parlano e io non sento. Tra la confusione, l'incredulità e la negazione, non riesco a sentire cosa stanno dicendo. Mentre discutono tra di loro e con me, la mia attenzione va ai loro movimenti, alle risate e agli sguardi. Concentrandomi su questi particolari, la loro voce sparisce, come se non riuscissi a fare entrambe le cose. Non riesco a osservarli e ascoltarli contemporaneamente. Ma cosa diavolo sta accadendo?
"Vieni, ti faccio vedere il mio mondo".

Finalmente! Dopo decine e decine di minuti in cui vedo solo bocche muoversi senza sentir alcun suono, riesco a captare una frase. Il suo mondo?  Lo vedo uscire dall’ingresso, accompagnato da suo padre, e indicare tutti i particolari della casa e di quello che c’è intorno. Indica tutto con allegria e sapienza.

"Questo oggetto serve a questo, questo è il lavatoio, questo è l'oggetto che uso per fare questo."
D'improvviso capisco che mi sta solo mostrando casa sua e il posto in cui vive.
Ma perché? Perché sono qui, perché mi spiega con cosa raccoglie le verdure e perché mi stavano aspettando? Solo per una gita panoramica di un posto in cui non so come sono arrivata?
Osservo questa bellissima campagna attorno a me e mi rendo conto che più che si va avanti e più che è magnifica. Tutto è mozzafiato.  Queste radure sono piene di alberi da frutta in fiore e di roseti agli angoli delle vigne. Ammirando il bel panorama familiare, continuo a seguirli in questa strana passeggiata .

Mentre osservo i fiori, noto che stiamo iniziando a salire su una collinetta. In cima c'è un albero enorme. E' tutto così fantastico e contemporaneamente così cupo.
E' come se in cielo ci fossero delle grandi nuvole in forte movimento: a tratti c'è il sole, tutto è illuminato e sa di estate e di caldo e a tratti le nuvole oscurano il sole e tutto si tinge di un blu scuro, quasi come se stesse per iniziare un temporale estivo.
Salgo e non ascolto, lui sta parlando, ma io non riesco a sentirlo. Non gli chiederò di ripetere, la situazione è talmente assurda da farmi perdere il contatto con la realtà e con le buone maniere.
Pian piano che si sale, inizio a sentire i rumori, come se qualcuno stesse improvvisamente alzando il volume. Inizio a sentire le cicale, il fruscio delle foglie, il vento che soffia. Sento salire anche la voce del ragazzo mentre arriviamo in cima alla collina. Siamo proprio sulla vetta ed è molto più alta di quello che mi aspettavo: da quassù vedo sotto di noi mari e mari di campi di grano, infiniti. Si sovrappongo uno sull'altro e non vedo la fine, se non fosse per alcuni piccoli monti in lontananza. E poi forse chissà, dietro quei monti ancora campi di grano. Il sole è davanti a noi e saranno le 6 di pomeriggio: è forte, alto ed estivo, ma ha il colore di un inizio tramonto.
Abbasso lo sguardo e vedo l'erba secca sotto i miei piedi. L'albero accanto al padre del ragazzo è veramente imponente e verdissimo.
"Ed eccoci finalmente qua in cima: questo albero è quello con cui giocavo da piccolo, questi campi sono tutti nostri e questa è la collina più alta, la mia preferita" mi dice soddisfatto.

E' davanti a me, da le spalle ai campi e al sole, e mi guarda. Io vedo lui e dietro le sue spalle il panorama e il cielo, nell'insieme tutto così infinito. 
C'è un attimo di silenzio: si capisce che, con quest'ultima frase, ha terminato il suo discorso e sta a me dire qualcosa. Non resisto più:
"Ho capito" dico con calma " ma perché? perché sono qui, perché mi stai dicendo tutto questo?"
"Per farti vedere com'è finita, com'è ora la mia vita" risponde lui, lentamente.
La mia confusione aumenta e l'immagine della ragazza che gira intorno alla bara inizia a sembrarmi più significativa.
"E la ragazza? Lei, dov'è?" dico d'un fiato, sconvolta.
Il suo viso si rilassa. Un lieve sorriso malinconico, di chi si è arreso ma non è più triste, di chi ha capito e sa che doveva andare così, inizia ad apparire sul suo viso.
"Lei? Lei è qui, con me, sempre."
E dicendo queste parole, con una solennità inumana, si volta leggermente verso i campi, alza il braccio come per mostrarmi il panorama e, girandosi lentamente, muove il braccio in tondo, come per indicare tutti i campi di grano. Come se volesse mostrarli e toccarli tutti, quei campi.
Guardando il suo gesto noto che, da ogni campo che lui ha indicato col braccio, le spighe di grano si alzano tutte verso il cielo. Tutte, tutte. Si alzano e salgono su, sempre più su. E mentre salgono iniziano ad unirsi lentamente, diventando in pochi secondi un'unica spiga di grano gialla, definita e precisa come fosse un disegno, che d'improvviso va a predisporsi davanti al sole.
La spiga è proprio lì e sembra un'eclissi: vedo i contorni del grano illuminati come si vedono i contorni della luna sul sole.
Sono rapita da questa immagine. Per pochi secondi tutto rimane così, immobile. Il ragazzo è immobile, l'uomo è immobile, il vento non c'è e la spiga è sempre in eclissi sul sole.
Poi la luce diventa bianchissima e tutto esplode in un forte bagliore. Un chiarore fortissimo mi acceca e mi obbliga a tapparmi gli occhi e a girarmi dalla parte opposta. Urlo ma il ragazzo non mi risponde.

Un decimo di secondo fatto di raggi di sole e tutto sparisce com’è arrivato.

Sbatto la testa su un vetro che non vedo e sento una goccia d'acqua sulla fronte. Apro gli occhi e mi ritrovo con la faccia incollata al finestrino del treno. La mia fronte è bagnata dalla condensa sporca. Mi alzo di scatto, tirando un respiro primordiale che sembra un urlo. Le porte si aprono e i ragazzini scendono.
Sono sul treno.
Sono sul treno e il vagone s'è svuotato.
La campagna non c'è, la spiga di grano non c'è, il sole nemmeno, il ragazzo neppure.
Sono sul treno e forse ho sognato tutto.
Rimango immobile per un tempo che sembra infinito, chiedendomi perché io abbia fatto un sogno così articolato e complicato. Quale può essere il significato o almeno quale potrebbe essere la causa di queste scene che ho visto e vissuto?
Lo ricordo così perfettamente da non essere del tutto convinta di averlo solo sognato.
Una voce forte riempie il silenzio e questa volta non è la mia immaginazione, ma l'altoparlante: "Prossima fermata..."
E' ora di scendere e di tornare a casa.
Scriverò questo sogno per non dimenticarlo. Per non dimenticare quello sguardo triste sul banco, quelle risate sul mare, quel vestito bianco, quella campagna, quell'indaco, quel grano, quella spiga e quel sole. E soprattutto, per non dimenticare queste ultime due cose insieme, in eclissi.
Scriverò questo sogno per non dimenticare quelle emozioni che ho sentito, per poterle un giorno raccontare a qualcuno e chiedergli:
"Ci credi che ho sognato tutto questo?"

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