UNA VOLTA ERO APPESA AD UN FILO E NON SAPEVO COME SCENDERE
Una
volta ero appesa ad un filo e non sapevo come scendere.
Si, certo, è una metafora:
non ero realmente appesa ad un filo. Eppure avevo l’impressione di essere in
bilico, la sensazione di essere sorretta da un minuscolo spago, incapace prima
o poi di reggere il mio peso. A volte mi sembrava di stare ad aspettare che il
filo si spezzasse. A volte era come se stessi aspettando che mi lasciasse
andare nel vuoto lontano. Ero lì e non ero pronta ad affrontare le conseguenze
di una caduta ignota, sconosciuta.
A volte non c’era niente
che mi svegliasse da quelle sensazioni. Potevo tentarle tutte: musica, yoga,
discipline, svago, alcool. Niente mi allontanava da quelle sensazioni
immaginarie che prendono vita nella mia testa, nel mio stomaco.
Avevo provato ad
annebbiarmi, annientarmi, dimenticare, ma non funzionava. Avevo provato tutto.
Uno dei tanti giorni in cui
continuavo ad immaginare me stessa appesa a quel filo, ero in realtà a lavoro e
stavo servendo un dolce al cioccolato ad una coppia di turisti in visita nella
mia città. Mentre tutto scorreva normalmente e senza esitazioni, io viaggiavo
nel mio mondo, cercando motivazioni ed eventuali soluzioni.
Mi sentivo annoiata, mi
sentivo ferma. Mi sentivo insipida, immobile.
Tutti i normali input
quotidiani (famiglia, studio, lavoro, soldi ecc.) mi stancavano e aumentavano
la sensazione “filo”.
No, non era solo così.
Bisogna essere onesti almeno con se stessi. La realtà era che oltre ai normali
input e nonostante la mia vita fosse tutto sommato “accettabile”, sentivo di
aver bisogno di qualcosa di forte. Avevo bisogno di emozioni, di scosse, di
fulmini al ciel sereno. Avevo bisogno di essere shockata, avevo bisogno di una
scarica elettrica.
Mentre parlavo sottovoce
con me stessa e ammettevo queste mancanze, il titolare del ristorante dove
lavoravo mi convocò negli spogliatoi dei camerieri per dirmi amorevolmente che,
nonostante fossi utilissima e bravissima e indispensabile, non poteva
permettersi di pagarmi perché gli affari andavano a rilento. Pacca sulla spalla
e a casa.
Fu alla fermata
dell’autobus che mi riportava a casa da lavoro dopo questa notizia che ebbi un
fremito.
Ero sempre lì immobile e
inerte a dare spazio ai mondi strani che la mia mente creava, quando arrivò
accanto a me un ragazzo. Era venuto anche lui alla fermata dell’autobus e anche
lui aspettava.
Il fremito non fu perché
lui era bello, speciale, l’unico, il colpo di fulmine: il fremito fu dovuto ai
suoi occhi. Stavano lì e mi fissavano. E non smettevano di fissarmi. E io
volevo quasi sprofondare. Non sembra, lo so, me l’hanno sempre detto: non
sembra, ma sono una persona timida e divento rossa molto, molto facilmente.
Quando dopo 20 minuti arrivò l’autobus, mi stava ancora fissando. E il suo
fissarmi così, provocò in me tutte quelle emozioni, scosse, fulmini al ciel
sereno e via dicendo. E non capivo il motivo. Dalla fermata dell’autobus a casa
mia c’erano ben 30 minuti di viaggio. E per tutto quel viaggio, lui mi fissò e
io iniziai a fissare lui. Fu tutto un gioco di sguardi. E andò avanti così fino
alla fine della corsa. Ci fissammo a vicenda per tutto il viaggio e quando
scesi per andare via, non mi venne incontro, non mi fermò. Nessun colpo di
scena da film. Lo vidi allontanarsi sull’autobus che partiva e salutarmi con un
cenno della testa. Tutto lì. In quel momento capii che un solo sguardo complice
di uno sconosciuto mi aveva dato tutta l’emozione che cercavo. Fu quel giorno che
imparai a sorridere con gli occhi.
Passai ben 14 giorni, 9 ore
e altrettanti minuti senza avere un lavoro. Il periodo di noia più lungo della
mia vita. Mi crogiolavo tra amici, cene, dormire e uscire con le amiche il
sabato sera. Poi finalmente un amico mi contattò dicendomi che aveva un lavoro
per me: era il proprietario di una piccola edicola a conduzione familiare. Lui
non voleva più lavorarci, voleva tentare una carriera artistica e suo padre,
colui che l’aveva aperta ben tanti anni prima, era troppo vecchio per gestire
tutto da solo.
Così nel giro di pochi
giorni mi ritrovai a vendere giornali. Il lavoro mi piaceva, non era male.
Avevo a che fare col pubblico, ma non era stancante come fare la cameriera.
Inoltre adoravo leggere i giornali. Un buon compromesso diciamo.
Ma forse non era solo
quello a rendere il mio lavoro interessante..
Molti passavano da noi a
comprare il quotidiano la mattina, oppure un fumetto il pomeriggio o il solito
settimanale storico di taglia e cuci. Molti passavano di lì. Era bello stare al
pubblico, conoscere le routine dei clienti storici. Ed era bello cominciare a
conoscerli uno per uno. Il filo però era sempre lì presente, non se ne
andava, non mi mollava.
Ogni tanto veniva un
“forestiero” e se uno sguardo mi incuriosiva, il filo si allentava. Riuscii
sempre di più a dimenticare la timidezza, a calmare il rossore e a trovare il
coraggio di fissare dritto negli occhi tutti gli sguardi che mi trovavo davanti.
Ormai ero diventata bravissima, avevo quasi sconfitto la timidezza. Il filo no
però, mi lasciava respirare per alcuni attimi, ma poi mi ricatapultava nel
vuoto.
Era un giovedì pomeriggio
quando un nuovo forestiero mi chiese il prezzo di una rivista. Non era
particolarmente bello o particolarmente qualcosa. Aveva un’aria simpatica, un
sguardo intenso. Nient’altro.
Ci furono brevi sguardi,
due sorrisi e nient’altro. Dopo quella volta, ogni tanto passava a comprare
qualche giornale e a parte “ciao” e “ecco il tuo resto”, non successe niente di
che.
Una mattina ero sommersa da
una pila di giornali appena arrivati, quando lui arrivò chiedendo la solita
rivista.
Io ero persa nel mio mondo.
Alzai lo sguardo smarrita, posai le forbici, mi avvicinai alla rivista richiesta,
feci lo scontrino alla cassa e, sempre appesa al filo, gli passai il giornale.
“ Sembri smarrita: hai lo
sguardo perso.” disse con tono spensierato e sicuro.
Io riuscii solo a fare un
breve sorriso e lui se ne andò, salutandomi con una mano. Ero stupidamente e
innocentemente rimasta stranita: era tanto tempo che nessuno si accorgeva del
mio smarrimento. Non me l’aspettavo. Ci pensai un po’, poi me ne dimenticai. La
serata che stavo per passare mi distolse da ogni pensiero: avevo fissato una
serata di pazzie e allegria con le amiche del cuore. Saremmo andate a ballare.
Adoravo andare a ballare, mi faceva sentire viva. Il filo in quel momento
spariva quasi del tutto: ballavo per dimenticare che ero appesa ad un filo.
Quella sera ci preparammo con cura: nuova acconciatura, vestiti perfetti,
trucco impeccabile.
La mattina andai a lavoro
abbastanza stanca ma decisamente lucida. La serata era stata un successo e mi
aveva lasciato un sacco di energia addosso. Diversamente dal solito avevo una
maglietta più leggera e i capelli sciolti e mossi, anziché legati alla solita
maniera.
E quando apparve il
forestiero, avevo quasi dimenticato il giorno prima e feci i soliti passaggi:
alzai lo sguardo smarrita, posai la penna, mi avvicinai alla rivista richiesta,
feci lo scontrino alla cassa e, sempre appesa al filo, gli passai il giornale.
Questa volta non disse nulla, prese il resto e andò via.
Poi, dopo poco più di due
minuti, tornò indietro e mi disse sorridendo:
“ Comunque stai
veramente bene con i capelli così..” E se andò via velocemente.
Avete presente il rumore
delle forbici, quando, con un colpo secco, tagliano uno spago? Ecco dentro in
me, in quel momento, il filo quasi si spezzò del tutto e sentì il rumore di
quello spezzarsi fino allo stomaco, dove in genere stanno le farfalle. Mi
sentivo felice come una quindicenne.
E da li qualcosa cambiò:
andavo a lavoro ancora più felice del solito e quando il forestiero appariva,
il filo si spezzava un altro pochino e il suo sguardo riempiva ogni particella
del mio essere. E io ricambiavo il suo sguardo. Andò avanti così per un paio di
settimane, poi sparì. Non fu un forte shock o una grande mancanza, solo un
piccolo dispiacere.
Passarono mesi, quindi
settimane, ore e poi un giorno di maggio fece capolino in edicola, chiedendo la
solita rivista. Quella volta però il mio sguardo non si perse, non era
smarrita. Lui allungò la mano, ridendo. Piacere Luca, piacere Anna.
Poi mi chiese se volevo
prendere un caffè con lui e dissi di si. Ci trovammo il giorno successivo a
metà strada tra le nostre case e entrammo in un bar. Fu una serata piacevole,
spensierata, intensa. Fu interessante e rilassante.
Mi disse “ Sei una favola”
e mi ritrovai ad arrossire.
“Adoro quando arrossisci”
disse sottovoce, sorridendo e scuotendo la testa.
Nei brevi attimi di
silenzio che ci furono nella nostra conversazione, lui mi fissavo e io
sorridevo con gli occhi. Il suo sguardo era in fiamme e si faceva sempre più
forte, più indimenticabile.
Capii che non avrei più
potuto fare a meno di lui.
Il filo non c’era più: lui
lo aveva allontanato ed io lo avevo spezzato del tutto, decisa finalmente a
mandare a quel paese la timidezza e a lasciarmi andare a qualcosa di
sconosciuto che mi avrebbe cambiata, intensamente.
Una
volta ero appesa ad un filo e non sapevo come scendere. E poi decisi di essere
onesta con me stessa e di rischiare ogni giorno di cadere nel vuoto
sconosciuto.
Let
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