SUPPONENDO, IMMAGINANDO
Seduta in macchina, dal
lato passeggero, scruta il paesaggio intorno che scorre veloce.
E’ notte, una notte densa,
velata di stelle.
La macchina ha preso
velocità e tutto intorno sembra correre con lei.
E’ meraviglioso stare in
macchina, guardare il panorama e ascoltare la musica.
Stanno andando ad una cena
: è sabato sera e tutti fremono.
Mentre lui guida, lei è
persa nelle sue fantasie, nei suoi mondi, fatti di note dolenti e parole
toccanti.
Il suo sguardo è sempre
perso nel nulla circostante, quando lo vede.
Nella campagna attorno a
loro, c’è una sola unica casa, grande e molto bella.
Ci passano accanto con la
macchina e lei riesce solo per due secondi a sbirciare dentro l’unica finestra
dove la luce interna è accesa.
E lo vede.
Un uomo alto, maglia nera,
capelli corti.
E’ in piedi, con le mani
appoggiate al muro e la testa bassa, smarrito in sé, o chissà in cosa.
I due secondi sono passati
e lei non lo vede più.
Ma l’immagine intensa
dell’uomo, così pulita e precisa, non se ne va dalla sua mente.
E immagina così una
situazione, una sensazione e suppone che sia perso, perso in una canzone, in
una melodia continua e forte che gli entra nelle vene e non lo molla più.
Suppone che stia pensando a
qualcuno, che si stia ricordando la pelle di qualcuno, l’odore, il calore.
Lo immagina in preda a
quella fitta allo stomaco da cui non si può fuggire.
E così, supponendo chi sia
o cosa provi, lei immagina se stessa che torna verso la casa, che ferma la macchina,
che entra di soppiatto in casa e che si ferma lì in quella stanza, davanti a
quello sguardo.
S’immagina silenziosa.
S’immagina di non dire una parola, ma di ferirlo con lo sguardo.
Immagina se stessa
camminargli accanto, superarlo e alzare il volume dello stereo che sta dietro
di lui, proprio vicino alla finestra.
S’immagina bloccarsi
davanti a lui, sentirsi osservata, scrutata. S’immagina di guardarlo
negli occhi, occhi scuri e dannati. Immagina quello sguardo perso, ritrovare un
senso.
Si vede lì, travolta da
quell’intensità e per un attimo, quello sguardo, lo sente davvero addosso.
S’immagina lui che
s’avvicina deciso e sente il suo tocco, lento e doloroso, sulla guancia.
“Siamo arrivati, cara. Puoi
scendere … A che pensi?”
“A niente .”
E’ sabato sera e mentre lei
si perdeva negli angoli più remoti della sua fantasia, la macchina s’è fermata
e sono arrivati a destinazione.
E così, con lentezza, tira
un respiro forte, si sistema il rossetto rosso e scende nella realtà,
continuando a sentire quella fitta immaginaria colpirle lo stomaco.
Let
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