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Sangue - Capitolo 5 - Scrittura



“Leila, sei sicura di essere pronta?” sua mamma la fissava con aria interrogativa, leggermente preoccupata.
La bambina stava ancora accarezzando i gattini ed era talmente curiosa di sapere tutta la storia, che non riusciva a togliere gli occhi di dosso a sua madre. La fissava ardentemente, cercando di trasmettere tutta la voglia di ascoltare, la maturità nel riuscire a farlo e soprattutto cercando di  esaltare il fatto che non fosse minimamente turbata.
Alla domanda della madre, scosse la testa in segno di si.
“Non sono molto convinta che tu sia pronta per tutto questo ma… ormai siamo piombati nella storia!” Leila non commentò, continuava a fissarla con gli occhi grandi e vigili. “ Va bene, la storia all’incirca è questa: esiste la magia ed è sempre esistita. Nessun uomo può definirla precisamente o delineare dei punti fondamentali, come nei libri. Qui la magia c’è ed è un mondo infinito e libero. Esistono degli incantesimi che possono essere fatti da chiunque, senza che ci sia bisogno di essere speciali. E’ ovvio, se non sei portato per la magia, dopo poco gli incantesimi perdono il suo effetto oppure la persona in questione non riesce ad andare avanti perché costa troppa fatica al corpo umano. Per quelle persone che invece sono portate, la magia sarà sempre una cosa innata e naturale, che non costa fatica e fa parte di loro. Generalmente sono quelli che chiamiamo maghi e streghe. Per essere uno di loro devi avere un po’ di magia nel sangue, quindi devi avere almeno un parente lontano che sia un mago o una strega: senza il sangue magico, non lo si può diventare. Ovviamente non tutti sono buoni e quindi neanche tutti sono cattivi: dipende..”
“Da cosa dipende?” disse veloce la bambina.
“Ma non saprei, credo che sia uguale alle persone normali: se cresci in un ambiente brutto con persone cattive che non ti insegnano niente di buono ma soprattutto che non ti insegnano l’amore è probabile che uno poi diventi una persona cattiva ma…. Sono idee, non saprei che altro dirti”.
“Perché lo scopro ora? Perché non si vede magia in giro se esiste?”
“Una domanda alla volta.” le disse la mamma “Ti ho appena detto che le persone normali, che quindi non hanno sangue magico, possono inizialmente fare degli incantesimi ma che, a lungo andare, questi perdono efficacia oppure le persone, se provano ancora ad usare, potrebbero star male, giusto? Ecco, devi sapere che un tempo tante donne, uomini e ragazzi provavano per anni a fare incantesimi, fregandosene degli effetti collaterali: molti giovani purtroppo morirono e così fu deciso che solo dopo gli 11 anni ai bambini sarebbe stato raccontato della magia e che non andava più praticata di continuo e sotto gli occhi dei ragazzi, in modo da non invogliarli ad entrarne a far parte. Oggi quindi, tutti i bambini e bambine che compiano 11 anni, scoprono che esiste ed iniziano a vedere qualche volta gli adulti usarla, ma poco. Oltre a questo problema, c’erano molti maghi cattivi e streghe altrettanto perfide: furono catturati tutti, quindi ora non c’è pericolo, però ci rendemmo conto se lasciavamo vivere la magia, avremmo anche lasciato vivere e svilupparsi i maghi più malvagi, inclini a rovinare le vite altrui. L’unica soluzione era rinunciare alla magia. Col tempo, ci rendemmo conto che potevano anche vivere senza di essa: la vita normale non è poi così male… Insomma, noi adulti decidemmo di parlarne il meno possibile onde evitare di trovare altri maghi e streghe che un giorno sarebbero potuti diventare cattivi. Quindi, secondo la legge dopo gli 11 anni potrei parlarne, mau Quindssdss
 Il popolo ha deciso di evitarlo il più possibile”.
“Dunque mi vorresti dire che, per evitare magia cattiva , avete deciso di non usarla affatto?” disse Leila spalancando gli occhi.
“Tesoro la magia non è chissà cosa.. Puoi vivere anche senza di essa. Se invece la magia è cattiva, potresti rischiare di non vivere affatto.. Lo capisci?”
“No, non lo capisco. I cattivi si possono combattere.”
“Si Leila, ma abbiamo perso tanti amici e familiari in queste lotte.” disse sfinita la madre “Ascoltami, se abbiamo preso queste decisione, avevamo dei motivi giusti. Se la magia va scomparendo, un motivo c’è. Saper fare piccoli incantesimi è solo un modo per semplificarsi la vita, tutto qua. Ora che sai come stanno le cose, non dovrai più parlarne e soprattutto non dovrai provare a fare nulla ne’ a cercare qualche mago. Non sto scherzando, le conseguenze potrebbero essere serie per tutti noi.”
“Abbiamo qualcuno con il sangue magico in famiglia?” chiese Leila, attratta da tutto quell’argomento.
“Ti ho detto ora che non devi più parlarne. Hai voluto essere trattata come un adulta e io ho fatto. Hai voluto che ti raccontassi ogni dettaglio perché ormai sei grande. E l’ho fatto. Ora dovrai attenerti alle regole e non parlarne più. Ne va della nostra sicurezza, ricordalo.” Disse seria la madre.
Leila guardò fissa la madre negli occhi per capire quanto davvero fosse seria. E poi alla fine disse : “D’accordo mamma, te lo prometto”.
La madre le diede un bacio sulla fronte e si allontanò. Leila riiniziò a giocare coi gattini, passando il tempo, fino a che non senti un forte rumore di freni di bici provenire dall’aia.
Uscì di casa, sapendo che Giaco era venuto a raccontarle qualcosa.
“Ehy tu” urlò Leila “ma non dovevamo incontrarci dopo cena all’inizio del sentiero che porta alla collinetta?”.
“Leila non potevo aspettare io… io… “ inizio a fare grossi respiri, aveva sicuramente corso molto “ io ho visto una cosa e poi ne ho scoperte altre!” urlò con forza.
“Mi dispiace Giaco, non voglio sapere cosa hai visto ne’ cosa hai scoperto: ho parlato con mia madre e mi ha spiegato lo stretto necessario. Le ho promesso che non avrei riparlato più di tutto questo e intendo mantenere la promessa fatta.” Disse fiera di se’.
“Ma è una cosa importante: so tutto anch’io della magia ma quello che ho visto e quello che ho scoperto di nascosto è formidabile!!!!”
“Giaco!!! Non voglio sapere, basta” urlò Leila, guardandolo male.
Il bambino rimase interdetto e la fissò mentre lei si girava e andava via verso i campi.
“Ahhh d’accordo, fai come ti pare. Sei la solita testarda. Me lo terrò per me quello che ho scoperto sulla tua famiglia.” Disse rimontando in bicicletta.
“Cosa?” disse lei , voltandosi di scatto.
“Tua nonna era una maga, non te l’hanno detto?” disse dispettoso il bambino.
Calò il silenzio. Giaco aspettò una reazione ma .. non accadde nulla.
“Ma si, ora sei matura, a te non interessa, terrò il resto della storia per me” e così facendo pedalò via verso le colline.
Leila era ancora immobile e con gli occhi spalancati quando Giaco sparì in lontananza. Il piccolo vasetto di fiori che teneva in mano e che aveva preso all’ingresso mentre usciva, le cadde di mano e rotolò per l’aia.
Quando si fermò , Leila correva verso la sua collinetta, a più non posso.

Polvere - Capitolo 4 - Scrittura



Dopo la brutta caduta e l’incidente con le lucciole, il mago Luix arrivò a fatica nella piccola cittadina che trovò alla fine del bosco.
Il posto era molto particolare: le case avevano tutte i muri rossi e i tetti marrone chiaro. In ogni abitazione, le finestre erano state decorate di fiori e intorno alle strade si sviluppavano campi e campi seminati alla perfezione. Era un bel posto dove vivere, pensò il mago. La strada principale era piena di bambini che giocavano e urlavano. In fondo alla strada, intravide un negozio che quasi sicuramente lo avrebbe aiutato a trovare quello che cercava.
Camminando lentamente, riuscì ad apprezzare ogni piccolo dettaglio di quella civiltà così allegra: le donne camminavano con le buste della spesa, sorridendo ai negozianti, mentre  le nonne del paese sedevano su un muretto cercando di scaldarsi al sole e contemporaneamente un sacco di gattini girellavano qua e la o riposavano sugli alberi. Quando trovava tanti gatti così, sapeva di essere nel posto giusto.
La strada era molto pulita e piccoli sassolini bianchi illuminavano la via. Stava per arrivare al negozio, quando uno di quei sassolini lo colpì alla gamba. Si girò di scatto e vide due ragazzotti tirare sassi ad un ragazzino più piccolo. “Ecco” pensò “ anche questo potrebbe essere utile alla mia causa”. E così dicendo alzò un dito verso il ragazzino che stava ricevendo tutti quei sassi.
Appena il dito del mago entrò nella traiettoria del ragazzo, questo si bloccò, irrigidendo tutti i muscoli.
Il mago allora iniziò a muovere impercettibilmente le labbra, pronunciando parole incomprensibili. Non appena finì di parlare, il ragazzino si girò verso i due che lo stavano attaccando e li fermò con un solo sguardo.
“Ma cosa ti prende?” disse uno.
“Sei così felice di ricevere i sassi addosso che ti sei fermato in mezzo alla via per riceverne altri?” ridacchiò l’altro.
Il ragazzino non disse niente, ma li fissò con gli occhi spalancati, che erano diventati quasi del tutto rossi. Poi, nel silenzio generale, disse una parola appena sussurrata e d’improvviso una nube di terra si alzò dalla strada, come se d’improvviso si fosse creato un tornado o una tempesta di sabbia. I ragazzotti si guardarono intorno terrorizzati, a bocca aperta. Provarono a scansarsi e a pararsi gli occhi ma la nube di terra era troppo grande e così furono costretti a scappare a gambe levate. Urlavano come matti e finirono per nascondersi nei campi, correndo a più non posso.
La nube andò avanti ancora per qualche secondo e il mago la guardava affascinato, sperando che ce la facesse a resistere.  Mentre la nube sembrava alzarsi verso il cielo e crescere ancor di più, si dileguò d’improvviso e il ragazzino cadde a terra stremato.
Luix scosse la testa sconfitto e corse dal ragazzo : “Mi spiace” gli sussurrò all’orecchio “speravo tu fossi la persona che sto cercando”. E così dicendo schioccò le dita nell’orecchio del ragazzino che si destò in un lampo, come se niente fosse.
“Cos’è successo?” disse sconcertato e spaesato.
“Niente, sei caduto mentre correvi” disse il mago.
Il ragazzino lo guardò stranito e si alzò, facendosi aiutare. SI guardò intorno un ultima volta, come se mancasse qualcosa, e poi se ne andò, con lo sguardo perso nel vuoto.
Quel ragazzino poteva essere la persona che Luix stava cercando, però non era riuscito a reggere il peso della magia ed era svenuto mentre ancora l’incantesimo era in corso. Quando non eri portato per la magia poteva accadere anche questo.
Molte persone del paese avevano assistito alla scena e mentre il mago s’incamminava per andare al negozio, tutti lo raggiunsero per chiedere cosa fosse accaduto.
“Chi siete?” urlò una donna.
“Cosa avete fatto a  quel povero ragazzino?” disse infuriato un lattaio.
“Verranno avvisati di quello che hai fatto” commentò un altro uomo.
E come loro, altre decine di persone cominciarono ad avvicinarsi al mago, dicendo cose orribili e minacciandolo in tutti i modi possibili.
Luix allora si fermò, prese una polvere rosa da una tasca del mantello e girandosi verso quelle persone, la soffiò in faccia a tutti, uno per uno. I paesani si bloccarono, alcuni starnutirono e poi, senza dire una parola, ricominciarono a fare le loro cose serenamente.
“Ah” commentò allegro il mago “questa polvere della memoria è sempre stata una delle mie preferite, non c’è dubbio”.
E così dicendo, riprese il cammino verso il negozio, non accorgendosi che il ragazzino con la bicicletta che aveva trovato nel bosco, era rimasto nascosto dietro un albero tutto il tempo, osservando la scena e non subendo l’incantesimo della polvere rosa.
Appena il mago varcò la soglia del negozio, il ragazzino montò in sella alla bici, diretto a tutta forza verso casa.

Segreti - Capitolo 3 - Scrittura



“Mamma , sono a casa” urlò la bambina, entrando dalla porta sul retro.
Tutto era in perfetto ordine, ma non vi era ombra di sua madre o di suo padre. La cucina era una delle stanza preferite di Leila: piccola e sicuramente modesta, eppure piena di oggetti carini e colorati che riempivano l’animo di allegria, contrastando il grigio dei muri e della povertà. C’era una grande lavello in pietra dove di solito sua mamma appoggiava ogni sorta di prelibatezza che prendeva dall’orto e dal giardino: ciliegie, mele, carote, patate e via dicendo.  Leila adorava le mele rosse: si nascondeva sempre sull’argine di un piccolo fiume, portandosi dietro una mela rossa e un libro. Era un altro dei suoi magici nascondigli.
Nella cucina, in mezzo della stanza, c’era anche un enorme tavolo in legno chiaro, che risultava in pratica sempre ricoperto di uova o di farina, perché la mamma di Leila aveva la passione per le torte di ogni genere e forma.
Accanto al lavello c’era una finestra con delle tende bianche : era lì che ogni giorno la bambina portava i fiori che raccoglieva per i campi, così da fare un regalo alla mamma e contemporaneamente abbellire la stanza.
Uscendo dalla cucina, si finiva diretti nel salotto che altro non era che una camera molto accogliente e povera, con un camino grande che faceva compagnia tutte le sere. Lì, dopo cena, la nonna raccontava sempre storie e leggende che o facevano paura o ti incuriosivano a morte. In ogni caso, Leila se le ricordava tutte.
Tra il salotto e l’ingresso c’era una grande finestra dove era stato posizionato un piccolo divanetto: quello era il posto di Leila. Quando non era fuori infatti, era lì che passava le giornate, facendo lavori con l’uncinetto, leggendo, giocando con i gatti e altro. Era il punto in cui amava rilassarsi.
“Mammaaa” urlò la bambina, affacciandosi dalla sua finestra.
“Sono qua, nell’orto” rispose la mamma a gran voce.
Leila la vide, come sempre, ricurva a raccogliere verdure, con la nonna lì accanto che la aiutava come poteva.
Decise di aspettarla in casa e si mise a sedere sul suo divanetto, tirando via da sotto il tavolo una grande scatola di legno. Rovesciò lentamente il contenuto della scatola: in pochi secondi, il divanetto fu cosparso da piccoli gattini che miagolavano e si arrampicavano su di lei. Rimase lì a giocare con loro  e ad accarezzarli, aspettando che la madre rientrasse.
Quando ebbe finito nell’orto e arrivò all’ingresso, la mamma aprì la porta e la trovò così, mezza addormentata, con una decina di gattini grigi che le mangiavano i capelli e che giocavano con i fili del grembiule.
“Leila” tuonò “ cosa ci fai col vestito buono?”
La bambina si risvegliò velocemente: “ Si lo so, mi dispiace, hai ragione. Ma abbiamo un discorso molto più urgente da fare” disse con tono deciso.
La mamma spostò la testa di lato, squadrandola, sorpresa. “Non mi sembra il miglior modo di rispondere” tuonò la madre.
“Scusa. E’ che…. Cosa vorrebbe dire, secondo te, che ho incontrato un vecchio nel bosco che mi ha detto che doveva fare un incantesimo per prendere delle lucciole verdi e rosa?” disse in tono impertinente “ e cosa intendeva dicendomi che dovevo chiedere a te il significato di tutto ciò ?”
La mamma si bloccò sul posto, cercando invano un aiuto nello sguardo della nonna che però non seppe cosa fare per incoraggiarla. Si girò di nuovo verso Leila:
“Non lo so” disse con nonchalance “ vieni, ho trovato le fragoline di bosco, le tue preferite” .
“Stai cercando di confondermi con le fragoline? Ora le mangio, ma prima rispondimi: sono grande, voglio sapere tutto quello che sanno le persone grandi! E’ uno scherzo di papà, vero? Questa volta ha superato se stesso” disse sorridendo di sbieco e facendo l’occhiolino, convinta di aver colto nel segno..
Dovete sapere che suo padre era un uomo molto simpatico e, soprattutto, molto burlone. Amava preparare scherzi a tutti, prendere in giro chi stava al gioco e fare paura di soppiatto alla mamma di Leila. Anche Leila in parte aveva subito qualche scherzo… Ricordava ancora la volta in cui voleva, da piccola, giocare in tutti i modi con la colla e suo padre, anziché togliergliela e arrabbiarsi, le disse “Usala se credi sia giusto. Prova, mettila sui diti” e Leila lo fece, ritrovandosi dopo con le dita delle mani attaccate, piangendo e urlando, mentre il papà ridendo le lavava via tutta la colla.
Quel signore che parlava di incantesimi nel bosco e che spingeva Leila a chiedere alla mamma, sapeva proprio di uno degli scherzi ideati dal suo papà. Ne era certa.
La madre, quando capì che Leila pensava che qualcuno si fosse presa gioco di lei, scosse la testa e sospirando le disse quelle parole che le rimasero impresse per il resto della sua vita:
“Tesoro, papà non c’entra nulla. Non è uno scherzo, ma neanche nulla di grave. E’ solo che nel mondo un esiste po’ di magia: ora ce n’è molta meno rispetto a prima e va sempre più scomparendo.. Ma ancora qualcosa a giro c’è ed è la legge che obbliga i genitori a parlarne ai figli solo dopo gli 11 anni.. Per questo, visto che ancora non li hai compiuti, volevo aspettare a dirtelo. Non è niente di che, ci siamo passati tutti. Siediti qui, così ti racconto tutto.”
E così facendo, Leila si sedette a terra a gambe incrociate, fissando la mamma a bocca aperta, mentre i gattini inseguivano ancora il suo grembiule preferito.

Il mago - Capitolo 2 - Scrittura



 “E’ così faticoso andare per il mondo con questo bagaglio” disse il mago, annaspando tra gli alberi.
Luix era un mago molto anziano e per questo uno di quegli con grande esperienza. Era il genere di mago che con un solo schiocco di dita era capace di capovolgere mari e terre.
Il mago, che non aveva fissa dimora e camminava per il  mondo tra le lande, era ora in mezzo ad un bosco con il suo grande bagaglio. Viaggiava sempre alla solita maniera : lungo mantello verde scuro con piccole pietre color smeraldo e piccole stelle luminose, il cappello marrone che doveva essere un tempo a punta ma che ora ricadeva all’ingiù, e una grande valigia di pelle scura. Aveva lunghi capelli brizzolati e una barba folta e grigia che copriva il collo ed arrivava fino al petto.
Vederlo camminare era cosa assai buffa: era molto alto e molto robusto eppure dava l’impressione di essere affaticato e zoppicante. Camminava lento e si tirava dietro a fatica quel gran baule.
Chiedergli quanti anni aveva non era un’idea molto saggia: era così vecchio che quando le persone gli chiedevano l’età, lui arricciava il naso e si arrabbiava moltissimo. Meglio non far arrabbiare un mago.
Il bosco in cui si trovava era molto fitto e non vedeva tantissima luce. L’unico bagliore tra gli alberi era proprio quello che stava seguendo: sicuramente, arrivato a quel bagliore, il bosco sarebbe finito e avrebbe trovato una città o almeno una radura. Non aveva più voglia di vedere alberi.

Vi chiederete perché un mago così potente non ricorresse ad un incantesimo per smaterializzarsi dove volesse: non poteva, c’erano regole a cui doveva badare e lo smaterializzarsi con quel bagaglio era una di esse. Per questo motivo, girava il mondo camminando. Non che non gli piacesse, anzi: amava camminare in mezzo alla natura, però si stancava facilmente.
Era quasi arrivato alla fine del bosco quando inciampò in un ramo: per evitare una grande caduta, si appoggiò al baule che si aprì leggermente e … un rumore lungo e continuo, accompagnato da una forte luce verde e rosa, risuonò nel bosco facendolo trasalire.
“Torna subito qui, mascalzone” urlò verso la luce.
Ma la luce si divise in milioni di piccole lucciole che giravano e saltavano come molle.
Il mago era disperato e cercò di rimediare nel migliore dei modi ma, quando alzò le mani per fare un incantesimo, udì alcune voci:
“Andiamo a vedere cos’è?” era la voce di un bambino.
“Va bene” aveva risposto un’altra voce, forse una bambina.
Sgranò gli occhi e provò a nascondere tutto ma i bambini furono talmente veloci che in pochi secondi spuntarono da un cespuglio, con le facce sorprese e divertite.
Leila e Giaco avevano sentito quel gran rumore venire dal boschetto ed erano corsi verso il cespuglio, affacciandosi lentamente.
La scena che si erano trovati davanti non se l’aspettavano davvero: un uomo anziano che urlava a delle lucciole, con le mani alzate come per prenderle tutte.
“Guarda Leila, guarda quante lucine” urlò Giaco.
Leila era a bocca aperta, sognante. Guardava le lucciole come se non le avesse mai viste: splendevano molto di più di quelle che vedeva nella radura d’estate e lasciavano dietro di se’ una scia rosa e verde.
Erano spettacolari.
Uscirono di corsa dal cespuglio e andarono subito verso il mago, senza smettere di guardare le lucciole.
“Bambini, state indietro” disse il mago fortemente “ sto per fare un incantesimo per sistemare tutto e voi non dovete guardare. Giratevi di spalle.”
Leila si girò subito, obbligando anche Giaco a girarsi, prendendolo per un braccio. Si misero così le mani sugli occhi, per essere sicuri di non cedere alla curiosità di guardare e, in un attimo, tutta la luce svanì.
Leila aprì un occhio e provò a girarsi lentamente: il mago era riuscito nella sua opera e le belle lucciole non c’erano più.
“Come hai fatto a comandare le lucciole? Dove le hai messe? Cosa intendi per incantesimo?” cominciò a chiedere Giaco in maniera petulante.
“Troppe domande, una per volta! Quelle non erano lucciole, erano maghi cattivi ridotti a piccole sfere luminose per renderli innocui. Se questi maghi escono dal contenitore e si spargono nel bosco, potrebbero incontrare degli umani e risucchiare la loro forza vitale, ritornando così in un corpo vivente. Gli umani, come voi ora, sono attratti dalle luci “ spiegò velocemente Luix “ e poi, che domande fai? mi vorresti dire che non sai cos’è un incantesimo?” disse con gli occhi sbarrati.
“No , signore” ammise Giaco, abbassando gli occhi e guardandosi le scarpe.
“E tu?” disse il mago facendo un balzo in avanti e rivolgendosi a Leila.
“No signore, cioè si. So cosa sono gli incantesimi nel mondo dei libri e delle favole. Ma non capisco cosa siano per lei, signore. Cosa intende con “incantesimi”? disse seria Leila.
Il mago li guardò con fare sorpreso e rassegnato, scuotendo la testa e borbottando.
“Non mi dovete chiamare Signore ! “ disse d’improvviso, riflettendo sulle parole della bambina “ Io non sono un Signore, io sono un Mago e tutti mi chiamo il Mago viaggiatore. Il mio vero nome è Luix e voi, bambini, fareste meglio a chiedere a vostra madre cosa sono gli incantesimi. Io non ho tempo da perdere.” e così dicendo si allontanò lentamente , zoppicando e trascinandosi il baule.
Leila e Giaco si guardarono per alcuni secondi e poi.. via di corsa verso casa !
No, non seguirono il mago : entrambi pensarono bene di correre dai propri genitori per chiedere spiegazioni, come quello strano signore aveva consigliato loro.
Leila recuperò il suo carretto e Giaco la bici lasciata a terra.
“Io vado, appena ho novità vengo a raccontartele” disse il bambino allontanandosi.
“Stasera, dopo cena, troviamoci all’inizio del sentiero che porta qua alla collinetta e raccontiamoci cosa abbiamo scoperto: va bene?” urlo la bambina, mentre lo vedeva allontanarsi “Giaco mi hai sentito?” urlò ancora, sporgendosi dalla collinetta.
“Si !!!” rispose il bambino, ridendo e scuotendo il braccio.
Leila lo osservò sparire nelle radure: il sole era alto, l’ora del pranzo era vicina. Si guardò ancora intorno per assaporare meglio il panorama: quel punto era sempre stato strategico per lei e quel prato verde immenso le era sempre apparso infinito. L’aveva detto lei che quel posto era magico e sua madre non le credeva.